venerdì 1 febbraio 2019

words and friends


Senz'altro uno dei miei giochi preferiti. Ma senza l'ansia del punteggio o del tempo clessidra. E sia. Avevo finito alcune lettere. Forse si poteva fare di meglio.


Si può scrivere un romanzo in un mese? (forse) sì

Riprendo il commento che ho lasciato su pennablu.it relativo alla domanda in questione.

"Domanda interessante. Credo che si possa scrivere un romanzo in breve tempo, anche se non ho mai realmente fatto i calcoli - potrebbe essere un poco più di un mese - ma non troppo infine. Come fare? L'idea è tutto sommato abbastanza semplice. Si imita quello che in matematica si fa quando si vogliono costruire copie isomorfe di una stessa struttura. Qui la struttura ovviamente è il modello del testo, scomponibile in unità irriducibili con una propria sintassi e semantica (le scene,i personaggi ecc.).
La maggior parte del tempo è speso nell'analisi del modello. Poi si incolla un plot qualsiasi seguendo paragrafo per paragrafo il modello del testo. La coerenza testuale si aggiusta come si aggiusterebbe la coerenza di una teoria non contraddittoria, ovvero esaminando le varie estensioni che si generano paragrafo per paragrafo. Se si utilizza un saggio breve si può risparmiare tempo. Ma anche un romanzo breve come la signorina else o una sceneggiatura (ma perché lo chiamano romanzo?) come uomini e topi va bene. I paragrafi sono convertiti frase per frase. Ad ogni conversione si controllo la coerenza semantica riferita all'analisi strutturale del testo. Chiaro il concetto? Se non ti convince puoi sempre provare di persona, magari con una piccola storia. Se conosci un po' di teoria dei gruppi puoi considerare due gruppi tra loro isomorfi:cambia l'abito ma non la sostanza. Ma tanto basta per la pubblicazione. (volendo teoricamente e' possibile effettuare la conversione testuale anche più rapidamente prendendo due testi distinti, uno come sorgente e uno come destinazione ed applicare lo stesso metodo).Che cosa si ottiene infine? Quello che si chiama "un testo costruito a tavolino" . A presto :)"

venerdì 25 gennaio 2019

A proposito di editing

Editing nel mondo dell'editoria significa "revisione del testo" e non semplicemente "correzione morfosintattica delle bozze". Ho scartabellato alcuni siti di editors freelance e non. Ecco i risultati.

"[...] L’editor “puro” non si occupa solo di redazione ma anche di acquisizione. Il suo compito principale è quello di “intercettare” i testi validi che da una parte o dall’altra gravitano nella sua orbita, e proporli al comitato editoriale per la pubblicazione. Nel momento in cui la proposta viene accettata, lui diventa una sorta di “tutore” dell’opera e ne segue la crescita in casa editrice dalla prima bozza fino al battesimo in libreria. Il suo non è un lavoro di manovalanza, come quello del redattore che si occupa della correzione, ma è un lavoro di comprensione e organizzazione. L’editor, operando in confronto continuo con l’autore, contribuisce al miglioramento del testo in termini di progetto narrativo, coerenza strutturale, efficacia dell’intreccio e forza dei personaggi. Anche lo scrittore più abile, infatti, non può avere il distacco necessario a intervenire con lucidità su quello che ha scritto. L’editor sarà per lui un preziosissimo occhio esterno.[...]"

Una delle solite interviste ad un editor per sapere cosa è e cosa fa. Estratto da https://pennablu.it/intervista-editor/.
E secondo quali criteri l'opera sarebbe accettata? Non è dato (quasi) mai sapere. In verità per vendersi gli editor freelance ripropongono in varie salse il solito predicozzo del distacco necessario. Ma se uno scrittore tiene davvero alla propria opera il distacco necessario è assicurato. Uno fra tutti? Proust. Ma qualcuno ha pure scritto che se egli avesse avuto un editor avrebbe forse migliorato la sua opera. Davvero? Si vede che non conosce Proust. Ma sorvoliamo.
 Ora viene il bello, sempre la medesima sorgente.

"[...] Può cambiare da un minimo di zero a un massimo di più infinito. Dipende dalla qualità di partenza del testo e dalle motivazioni che ne sono alla base. Quando si parla di qualità il discorso è più o meno chiaro. Il testo che verrà pubblicato deve essere linguisticamente corretto e accattivante. Molte volte un manoscritto non possiede queste caratteristiche a priori. E allora perché un editore ne acquisisce i diritti? Perché magari ritiene la storia molto avvincente. Non dimentichiamo che l’editore è un imprenditore. Non sempre può permettersi di pubblicare quello che gli piace, ma spesso deve fare i conti con ciò che gli viene richiesto dal mercato. Potrebbero fargli schifo i vampiri ma sentire lo stesso l’esigenza di cavalcare l’onda di Twilight. Compra la storia. Compra il fatto che riuscirà a vederla. Se poi la qualità stenta o va migliorata c’è sempre tempo per intervenire. Ovvio che esistono anche casi in cui l’intervento è minimo e si riduce alla ricerca dei refusi o di piccoli errori. Come esiste il caso opposto in cui un libro venga costruito a tavolino, partendo da un’idea, strutturando una cornice o l’intera trama, inserendo personaggi con più o meno spessore dove prima non c’erano. Spesso questi libri “ingegneristici” sono dei successi programmati, proprio perché si basano su un piano di lavoro preciso e vengono spinti molto a livello promozionale. D’altronde non si mette in moto un meccanismo del genere senza la certezza che porterà i suoi frutti."

Dopo aver letto l'ultimo periodo si dovrebbe riflettere. In breve, quale sarebbe il vantaggio di un editor a pagamento? Nessuno, visto che non v'è promessa di pubblicazione e soprattutto di successo. Sia ben chiaro, un best seller non è un capolavoro. Si sono pubblicati 60000 libri in un anno; la vita media di ogni volume è di pochi giorni, sia esso decente o indecente. E allora tutto questo cambiare da zero a infinito? In definitiva se un editor vuole prendersi cura del lavoro di uno scrittore non può che condividere eventualmente il frutto dei suoi guadagni. Ma prendersi centinaia di euro per trasformare materiale grezzo è una scelta infelice per entrambi i protagonisti.

Ora cambiamo partitura. Estratto da https://www.emanuelanavone.it/importanza-editing/

"[...]
Quando scriviamo, siamo presi da una foga quasi compulsiva (o almeno, io lo sono), e non prestiamo attenzione a quello che scriviamo né a come lo facciamo. È normale che il nostro libro non sarà perfetto alla prima stesura.
Per questo dobbiamo farne altre, che a poco a poco lo miglioreranno.
Rimuoveremo i buchi di sceneggiatura, le incoerenze, faremo una pulizia di ripetizioni e frasi ridondanti, e così via.
È ovvio che noi, come autori, avremo sempre una fettina di salame sugli occhi, per cui alcuni errori ci passeranno sotto lo sguardo senza che ce ne accorgiamo. Per questo il consiglio è di aspettare un po’ prima di passare alla seconda fase (l’editing) o di ricorrere a un esterno (editor, agenzia o beta reader), che con occhio disinteressato ci correggerà (o valuterà) il manoscritto.
Adesso ti svelo un segreto: sai che anche io, pur essendo un editor, ricorrerei a un editing esterno? Perché so che il mio intervento, per quanto massiccio potrà essere, non avrà mai quell’occhio disinteressato che serve per migliorare il manoscritto. [...]"

Buchi di sceneggiatura e incoerenze? Presente testi spazzatura tipo Melissa P. ? Ma chi legge certi testi davvero si cura di ripetizioni e ridondanze? Assolutamente no. E neppure ama i congiuntivi. Tutto al presente indicativo. 
E poi torna il solito predicozzo, questa volta declinato in stile carnivoro. La fettina di salame passa certo attraverso gli occhi - i miei - ma per transitare poi necessariamente attraverso il cavo orale. E non è la stanza orale dei cento colpi di spazzola, presente?
E ancora:

"[...]
Un libro migliore non sempre è leggibile. Ma che cosa intendiamo per libro leggibile?
Be’, lo dice la parola stessa: un libro che si fa leggere.
Mi preme fare ancora una distinzione:
  • Un libro che è facile da leggere.
  • Un libro che è bello da leggere.
È una differenza sottile nella teoria, ma non nella pratica.
Un libro facile da leggere è un libro che scorre, che è fluido. Non contiene ripetizioni, frasi pesanti o di difficile comprensione.
Non sempre un intervento di editing considera questi aspetti. Spesso ci si limita a uno sguardo di insieme, controllare trama, personaggi, dialoghi… non si entra nello specifico. Infatti molti editor e agenzie offrono il servizio di editing “spalmato” su più livelli: leggero, profondo, strutturale, affiancato, e così via.
Come autore, tu dovresti già sapere come intervenire sul tuo manoscritto. Ma è sempre meglio, come dire, prendere il pacchetto completo: un editing completo, totale.
Quindi non limitarti a un controllo superficiale ma entra sempre nello specifico. E come? Grazie all’editing, è ovvio!
La frase “un libro bello da leggere” non è neanche da spiegare. Hai presente i romanzi da page turner, che ti tengono incollati fino alla fine perché se non sai come va a finire mannaggia non dormi stanotte? Hai presto fiato? Ecco, un libro bello da leggere te lo toglie, il fiato.
I libri non sono tutti uguali, ci mancherebbe, ma ogni libro deve essere anche bello, godibile.
Non bastano una trama accattivante o personaggi memorabili, se poi la scrittura lascia a desiderare.[...]"

Qui ricorre il predicozzo della leggibilità. La facilità della lettura. Siamo tornati alle scuole elementari? Bambini ripetete con me: con-giun-ti-vi non con-giun-ti-vi-te (non ho controllato la sillabazione - pensateci voi). Problemi di vista? Forse il cervello. I libri non sono tutti uguali? Questo è certo. Quindi? Ma hai mai letto Gadda? Miller? E no, non conosco Page turner. Darò un'occhiata.
Voi leggitevi almeno dalla parte di swann. 
Trama accattivante e personaggi memorabili? Dal primo gennaio del nuovo millennio qualcuno saprebbe indicarmi un testo con tali caratteristiche? Sono tuttora alla ricerca. E gli anni novanta? Sapete, la milano da bere. Il recente premio nobel giapponese ishiguro? Ricordate il film quel che resta del giorno? Ebbene il film ha superato il romanzo. Potrei dimostrare la scandalosa architettura del testo. Potrei smontare i singoli pezzi e i relativi tagli e incolla semantici. Ma è sufficiente notare come il film sia complessivamente migliore. E che dire di non lasciarmi mai? Andiamo maluccio. Il film è appena passabile ed è tratto dal romanzo costruito a tavolino. Non mi credete? Leggete e guardate.

 Infine vi invito a leggere il dibattito qui https://www.oblique.it/images/formazione/dispense/editing_dibattito.pdf tra attacco e difesa.
Ma la difesa è di parte, smisuratamente priva di argomentazioni se non retoriche.

Alla fine ripeto il sugo di tutta la storia: la revisione da parte di terzi di un testo è senz'altro importante, a patto di non stravolgere il testo secondo i canoni del marketing editoriale. E a patto di non pagare se non un piccolo anticipo rispetto alle vendite future. Le vendite? Sì, proprio le vendite. Tu editor credi nel lavoro? Allora credici fino in fondo. Senza incassi prematuri. Il parto non sia cesareo. E sia.

Tornerò ancora sull'argomento editing. La ciliegina sulla torta amarognola? I corsi di scrittura creativa. E qui il neoliberismo capitalista ha (quasi) superato se stesso. Scrittori che non pubblicano insegnano a schiere di scrittori che non pubblicheranno mai. Che storia. Tant'è il coccige alla pietra, resta l'indulto di prometeo. E sia.

mercoledì 23 gennaio 2019

EVA ed io, la vita e tutto quanto il predurante resto



EVA, film spagnolo del 2011. L'ho guardato e lo riguardo ancora. Soprattutto il finale attraverso il quale mi identifico con l'infanzia distrutta dal nonsenso degenerativo dei grandi.
La storia del film è semplice. In un futuro non troppo lontano gli uomini convivono con macchine intelligenti capaci di svolgere funzioni complesse.
 I protagonisti sono due neuroscienziati cibernetici e progettisti-analisti programmatori. Due colossi informatici decidono di progettare il primo bambino androide intelligente. Il primo prototipo funzionale è una bambina, ma non supera i protocolli di sicurezza (inerenti l'intelligenza emotiva). I due progettisti stavano insieme, poi separati - lavorano per imprese tra loro concorrenti. La bambina inizialmente non viene distrutta, ma diviene la figlia di uno dei progettisti (la donna; piccolo invito al femminismo?) mentre il progetto relativo al bambino androide attende il software per il controllo emozionale che il protagonista maschile dovrà scrivere. Un incidente - metafora dell'incomprensione tra infanzia e mondo degli adulti?- degenererà nel triste finale. Di una cruenta,insensata,tragica degenerazione - un conflitto illogico - si tratta, invero.
E mi torna in mente un pomeriggio in biblioteca. Lettura di favole per bambini. Madri e figli. Nessun padre, naturalmente. Avrà avuto il suo quotidiano espletamento della quieta disperazione. Così ho iniziato a interrogare i bambini. Ho chiesto della scuola, della vita, dei sogni. C'era una madre, la figlia e altri due bambini. Ma mentre i bambini mostravano attenzione in merito alle possibilità che il mondo vissuto negava loro - la madre semplicemente non aveva interesse per una precipua narrazione - la madre non capiva. Italiano stentato il suo. Volete voi imparare a leggere rapidamente? La risposta è scontata. E subito il loro invito chiaro e piano: quando iniziamo? Quando tornerai?
Ecco, io vorrei poter comunicare così anche con i miei coetanei. Io vorrei che i dichiaranti la propria umanità matura fossero almeno consapevoli della propria indulgenza verso l'idiozia, la demenza ricorrente. L'inganno individualista.
Alle elementari studiavo anatomia su un testo universitario. Poi la matematica,la programmazione,la lettura,la scrittura. Volevo una trattazione rigorosa della grammatica. Avrei in seguito appreso che tale trattazione porta il nome di grammatica generativa. Frequento le biblioteche dall'età di undici anni. In prima media ho costruito una semantica per una lingua artificiale. Detestavo il mio docente di francese. Ma ero solo. Troppi insegnanti mediocri. Il mio amico ingegnere edile non dimentica d'ammonirmi in merito: i bambini ti fanno male. Perché poi quando crescono, mutano sensibilmente. Sono cresciuto ed accresciuta è la mia intelligenza,la mia esperienza. Forte empatia. Intelligenza emotiva. Dono o refuso genetico? Il flusso esperienziale sempre nutrito della medesima curiosità. Forse qualcosa è andato storto. Vivere così consuma troppa energia. E mi torna la voglia di resettare la vita come si resetta un cellulare. Sembra fin troppo semplice. Soluzioni? E sia.


giovedì 3 gennaio 2019

morte di un matematico napoletano (renato caccioppoli)


Estratto dal film "morte di un matematico napoletano" , biografia semiromanzata sopra gli ultimi giorni di vita di renato caccioppoli, morto suicida nel 1959. Come lo capisco.

"[...] il mondo delle verità fisiche come di quelle matematiche è chiuso come una sfera. Ogni nuova visione se è profonda è una fuga da questa specie di prigione.
Si possono avere delle resistenze a fuggire. Oppure non se ne può vedere proprio la ragione"

Ho sperimentato sulla mia pelle il significato del predicozzo. Soprattutto la questione delle resistenze e della cecità da esse indotta.
Il teorema che figura alla lavagna è spesso citato come "teorema dei due carabinieri" : una coincidenza? un reflusso inconscio? o forse una provocazione.

martedì 25 dicembre 2018

L'alimentazione contadina nell'alto medioevo - prima parte

Analogo a quello del vino è il ruolo alimentare della birra; analoghi i motivi che ne facevano, nell'Europa medievale,una bevanda di larghissima diffusione,consumata in grandi quantità. non però in Italia. Solo nell'Europa continentale essa diventò la 'bevanda dei poveri', come si esprime il Braudel,che sbaglia ritendendola 'presente attraverso tutto il vasto impero di Carlo Magno'. In realtà, le indicazioni del Capitulare de villis relative alla fabbricazione della birra vanno intese come espressione di una cultura alimentare che non è quella mediterranea:di cui,in questo caso almeno,l'Italia del nord mostra di essere parte integrante. Se il monastero svizzero di San Gallo possedeva tutta l'attrezzatura necessaria per la fabbricazione della birra,razionalmente suddivisa in diversi locali,specializzati,ciascuno,nella produzione di un determinato tipo di bevanda,nulla del genere è possibile intravvedere nei monasteri al di qua della alpi. E nelle fonti italiane sono rarissime le menzioni di questa bevanda:ne parla, è vero,la Vita Columbani,specificando che 'viene prodotta dalla fermentazione del frumento o dell'orzo'; ma subito precisando che viene usata 'soprattutto dalle genti che abitano presso l'Oceano, cioè nella Gallia,nella Gran Bretagna,nell'Irlanda,nella Germania, e dalle altre che hanno costumi simili a queste' . Del resto,l'episodio che dà occasione a questo inciso - il miracoloso salvataggio di tutta la birra contenuta in una botte,che il frate celliere aveva dimenticato aperta - non è ambientato in Italia,ma nel cenobio francese di Luxeuil. La birra è chiamata,qui come negli altri testi medievali che ne fanno menzione, cervisa:il termine (con diverse varianti) con cui tale bevanda venne designata fino al XIV-XV secolo,quando cominciò a diffondersi la pratica di aromatizzarla con il luppolo; la coincidenza fra i due fatti non è forse casuale, e il nuovo termine 'birra' fu forse introdotto per esprimere una realtà almeno in parte nuova. Non che mancassero,prima,birre aromatizzate:ma si impiegavano altre erbe,come il timo,la salvia,il ginepro,l'assenzio,la lavanda,e così via,analogamente a quanto si faceva con i vini 'speziati' di cui abbiamo detto [...]. L'alternativa birra-vino distingue dunque l'Europa continentale da quella mediterranea,nel medioevo come,in parte,ancora oggi. Va tuttavia precisato che mentre al sud la birra è tenuta in scarsa considerazione,nel solco di una tradizione che risale all'epoca romana,al nord,al contrario,il vino è assai ricercato,soprattutto dai ceti sociali più elevati,che possono permettersi di comprarlo lontano o di farlo coltivare nei propri possessi. Se, quindi,a livello popolare la birra è la bevanda certamente più consumata,nell'alimentazione dei ceti superiori essa viene affiancata dal vino,che si diffonde al nord anche - l'abbiamo visto - per impulso del cristianesimo. Sembra anzi che gli ecclesiastici nel nord,monaci e canonici,accordassero senz'altro la loro preferenza al vino rispetto alla birra:certo per motivi liturgici,ma anche per il desiderio di gustare una bevanda di 'lusso',diversa da quella più consueta e diffusa,cui in qualche caso si doveva ricorrere per necessità più che per scelta. 'Se accadrà che il vino scarseggi - leggiamo nella regola canonicale di Crodegango vescovo di Metz - ci si accontenti (consolacionem faciant) della birra' . Altre bevande,oltre al vino e alla birra, si ottenevano facendo fermentare frutti di vario genere,soprattutto selvatici:mele (da cui si otteneva il sidro), pere,prugne,e così via. Al succo che se ne traeva veniva dato,genericamente,il nome di sicera:a indicare,spiega Isidoro di Siviglia, 'ogni bevanda che oltre al vino è in grado di dare ebbrezza' [sicera et omnis potio quea extra vinum inebriare potest] . Di siceratores,espressamente addetti alla preparazione delle bevande fermentate,ci parla il Capitulare de villis,specificando che si tratta di 'coloro che sanno fare la birra,sidro,il succo di pere e qualsiasi altra bevanda buona da bere' [siceratores,id est qui cervisam vel pomatium sive piratium vel aliud quodcumque liquamen ad bibendum aptum fuerit facere sciant]. Un'altra bevanda assai diffusa - anche questa,però,come le precedenti,soprattutto nell'Europa continentale - era l'idromele, 'bevanda di miele e acqua calda' rimasta ancora oggi in uso presso i popoli baltici e balcanici. I documenti del tempo - così,ad esempio,il Capitulare de villis - impiegano per designarla il termine medo, e ci informano dell'esistenza di altre bevande analoghe,ottenute anch'esse con il miele, ma miscelato col vino o con la birra anziché con l'acqua:nel primo caso si aveva il vino mulsum,nel secondo ld mellita cervisia. Tutte pratiche sostanzialmente non dissimili da quella del vino 'condito', di cui abbiamo parlato [...]; pratiche, cui forse non era estraneo - oltre,naturalmente,al piacere di gustare sapori nuovi e diversi - anche il desiderio di porre un rimedio alla qualità talora cattiva dei prodotti base:del vino,come della birra, e dell'acqua. Anche l'acqua,infatti,non di rado era di cattiva qualità. Procurarsene di buona era talora difficile,e le ragioni per diffidarne non mancavano:la tecnica dei pozzi era rudimentale,l'acqua spesso inquinata; il pericolo che germi infettivi vi trovassero un agevole mezzo di diffusione era sempre presente. Né la sicurezza era maggiore quando si attingeva l'acqua direttamente dai fiumi o dai ruscelli:come, a quanto pare,preferibilmente si faceva nell'alto medioevo, e si continuò a fare per secoli, anche dopo l'invenzione (tardiva,pienomedievale) dei pozzi artesiani.
Quello della scarsa potabilità dell'acqua è stato fino alle soglie del nostro secolo - soprattutto nelle città,ma anche nelle campagne - uno dei problemi alimentari certamente più gravi e sentiti. E,senza dubbio,tale situazione ha contribuito la sua parte,nel medioevo come nei secoli successivi,ad accrescere a livelli molto alti il consumo del vino e delle altre bevande alcooliche,più sicure dal punto di vista igienico oltre che - ovviamente - più ricche dal punto di vista calorico.

Massimo Montanari, l'alimentazione contadina nell'alto medioevo.pagg. 384-387. Ho omesso le note al testo, necessarie per un riscontro storico.