Ancora un racconto tratto dalla raccolta di cui al post precedente. Mai un euro è stato speso sì bene.
perché
"Perché? ...è una parola che sin da quando ero piccina,ha sempre avuto per me una grande importanza. I bambini si sa,vogliono far continuamente domande su tutto,tutto è nuovo e sconosciuto per loro, e lo stesso succedeva anche a me. Quando fui più grande,non potevo,neppure allora,resistere alla tentazione di chiedere ogni sorta di spiegazione,anche quelle troppo difficili da poter dare. Dopo tutto non c'era un gran male, e i miei genitori cercavano sempre di appagare la mia curiosità. I guai cominciarono quando presi a tormentare anche gli estranei,e c'è gente che non può sopportare i ragazzi che non si chetan mai e finiscono,qualche volta,per diventar delle vere seccature. Dice un proverbio:Chi non domanda, non sa. Se fosse vero,io,a quest'ora,dovrei essere un pozzo di scienza. Mano a mano che crescevo,mi rendevo conto che ci sono molti perché? ai quali gli altri non possono rispondere. E,cercando di risolverli da me,feci una scoperta importante:alle domande troppo difficili per gli altri,possiamo trovare la risposta noi stessi.Così questa famosa parola perché? mi insegnò non solamente a cercar di sapere,a sforzarmi di capire,ma anche a pensare. C'è anche un'altra osservazione da fare:che cosa avverrebbe se,prima di agire,ci domandassimo ,sempre,perché? ..Io credo che questo ci aiuterebbe ad essere onesti,ci renderebbe buoni,molto più buoni. La via migliore per diventarlo è proprio quella di fare continuamente l'esame di noi stessi. Certo né a grandi né a piccini fa piacere di riconoscere i propri difetti,di confessarsi gli aspetti peggiori del proprio carattere,e tutti ne abbiamo. Si pensa,in generale,che i genitori abbiano il dovere di plasmare,a modo loro,il carattere dei figli; ma invece i figli debbono migliorarsi da se stessi. Non si tratta di idee strampalate,come potrebbero sembrare a prima vista. Anche un bambino,per piccolo che sia,possiede la sua personalità,una sua coscienza,e dovrebbe essere educato a rendersi conto che sarà proprio questa a punirlo - e severamente - se egli lo avrà meritato. Castigare un ragazzo di quattordici o quindici anni,diventa ridicolo:non è con gli scapaccioni e le punizioni - anche quelle dei genitori - che si possono ottenere buoni risultati; bisogna ragionare,dimostrare dove sta il torto,l'errore. La conclusione è che,secondo me,questa parola perché? ha una enorme importanza,non solo nella vita di ogni bambino,ma anche in quella di ogni individuo. Il proverbio: Chi non domanda,non sa, è vero:chi vuol sapere deve pensare. E pensare non ha mai fatto male a nessuno,anzi ha sempre fatto un gran bene a tutti."
domenica 8 settembre 2013
sabato 7 settembre 2013
anna frank
Il mio amico vegano mi ha finalmente portato in una interessante libreria anarchica di bologna, info shop in via mascarella. Posto delizioso con annesso bar pub pure anarchico. Poltrone comode dentro e spazio tavoli fuori per concedersi riposo e lettura critica. Ho acquistato due libri a cui dedicherò recensione in futuro. Poco prima avevo acquistato altri due libri, presso altra libreria, ad un euro ciascuno. Si tratta di alcuni racconti di anna frank e di un saggio di nicoletta cavazza, comunicazione e persuasione (collana farsi un'idea, ed. il mulino - prezzo 7.23 euro). Pochi conoscono i racconti di anna frank mentre il suo diario è ampiamente divulgato. Per questo propongo sotto il racconto "dare" estratto dalla raccolta (il testo è del 1960, introvabile; universale cappelli, #50. Anna frank, il saggio mago e altri racconti). Leggere e meditare per non dimenticare. Anche questo è anna frank. Superfluo ricordare come certa scrittura si riveli anzitempo profetica - le di lei parole: "chiunque lo diverrebbe, se fosse trattato più da bestia che da essere umano". E per finire scopro su un altro blog, http://ilfunambulo.blogspot.it/2007/12/il-saggio-mago-e-altri-racconti-anna.html, la recensione dello stesso testo, quasi sei anni fa. Anche questo è molto taoista.
Dare
"Mi domando se chi abita in case comode e ben riscaldate, si sia mai fatta una idea di ciò che voglia dire essere un mendicante. Certa "brava gente" si è mai domandata come vivono i poveri - grandi e piccoli - di questo mondo? Va bene,tutti,l'elemosina a chi ne ha bisogno la facciamo,ma è un'elemosina frettolosa, una moneta messa in mano alla lesta..e si chiude subito la porta in faccia a chi l'ha chiesta. Il peggio è che il..generoso donatore rabbrividisce,il più delle volte,a dover toccare una mano tanto sporca. E' vero o no? E allora,perché ci meravigliamo che i poveri diventino duri,scortesi? Chiunque lo diverrebbe,se fosse trattato più da bestia che da essere umano. E' vergognoso che questo possa accadere in paesi che si vantano di essere colti, civilizzati. Una gran parte di coloro che hanno quattrini, pensa che un mendicante sia un essere spregevole,sudicio,scontroso,incivile. Ma si è chiesta,questa gente,come mai quegli infelici sono diventati così? Fate un confronto tra i vostri e i loro figli:in fondo,che differenza c'è? I vostri bambini sono lindi,puliti, e ordinati; quegli altri sporchi e trascurati. Tutto qui? Sì, tutto qui:la differenza è soltanto questa. Se i figli dei poveri avessero dei bei vestitini e avessero imparato le buone maniere,non ci sarebbe nessuna differenza. Tutti siamo nati innocenti e deboli,tutti respiriamo la stessa aria,molti abbiamo anche fede nello stesso Dio. Eppure, la differenza può diventare così grande,proprio perché tanta gente non si è mai resa conto di quel che sia tale differenza e in che cosa essa realmente consista. Se lo avesse capito,avrebbe scoperto che la differenza non esiste. Tutti siamo nati uguali,tutti dobbiamo morire,nulla resta delle ricchezze,della gloria,del potere: tutto è transitorio. Perché allora la gente si aggrappa tanto disperatamente a questi beni terreni? E perché coloro che hanno molto di più di quello che ad essi abbisogna,non danno il superfluo ai loro fratelli? Perché per qualcuno la vita deve essere così dura? E prima di tutto,se doniamo qualcosa,doniamola con gentilezza,non buttandola in faccia agli altri:tutti hanno diritto ad una buona parola. Perché si deve essere più cortesi con una signora che con una povera donna? Chi ha stabilito che debbano essere diverse? La vera grandezza di una persona non consiste nella sua ricchezza o nella sua potenza,ma nel suo carattere e nella sua bontà. Ciascuno di noi è un essere umano,con i suoi difetti e le sue manchevolezze,ma tutti siamo nati con una buona dose di bontà. Non c'è bisogno di essere ricchi per far del bene,per incoraggiare,invece di soffocare,il buono che c'è in ciascuno di noi,per dare ai poveri la sensazione di essere,anch'essi,degli essere umani. In tutto si può cominciare dalle piccole cose:per esempio,in tram,non vi alzate solo per cedere il posto a una elegante signora,ma fatelo anche per una donna mal vestita; scusatevi con premura anche se pestate i piedi ad un poveraccio. L'esempio è sempre seguito:cercate di essere voi a dare il buon esempio e vedrete che gli altri vi imiteranno. Un po' alla volta,il numero delle persone che diventeranno affabili,gentili,amichevoli,crescerà,sino a che la povera gente non sarà più guardata dall'alto in basso. Oh,se potessimo esser già arrivati a questo punto, se il nostro paese,l'Europa,il mondo intero avesse compreso che,in sostanza,tutti abbiamo in noi dei sentimenti buoni e generosi l'uno verso l'altro,tutti siamo uguali e che ogni altra cosa è solo passeggera. Che soddisfazione pensare che non abbiamo alcun bisogno di aspettare,che tutti possiamo subito cominciare a cercare di cambiare il mondo,un pochino per volta! ...che ciascuno di noi,grande o piccolo,può contribuire immediatamente a diffondere un po' di giustizia. La maggior parte di noi,proprio come in tante altre cose,cerca la giustizia dagli altri,e si lamente perchè crede di non riceverne abbastanza. Aprite gli occhi:assicuratevi di esere giusti voi stessi. Date, date quanto potete, e potete sempre dar qualcosa,non foss'altro che gentilezza. Se tutti facessero così,se nessuno fosse avaro di una buona parola,ci sarebbe,a questo mondo,più giustizia e più amore. Date e riceverete:molto di più di quello che vi possiate immaginare. Date,date ancora,non vi scoraggiate,continuate a dare..Nessuno è mai diventato povero per aver dato. Se lo farete,fra qualche generazione nessuno dovrà provar compassione per i bimbi dei poveri,perchè di gente povera non ce ne sarà più. C'è posto per tutti a questo mondo, c'è danaro per tutti,ricchezza per tutti,cose belle per tutti. Dio ci ha dato quanto basta per tutti: siamo noi che dobbiamo cominciare dividercelo con giustizia."
(Chiaro il concetto?)
Dare
"Mi domando se chi abita in case comode e ben riscaldate, si sia mai fatta una idea di ciò che voglia dire essere un mendicante. Certa "brava gente" si è mai domandata come vivono i poveri - grandi e piccoli - di questo mondo? Va bene,tutti,l'elemosina a chi ne ha bisogno la facciamo,ma è un'elemosina frettolosa, una moneta messa in mano alla lesta..e si chiude subito la porta in faccia a chi l'ha chiesta. Il peggio è che il..generoso donatore rabbrividisce,il più delle volte,a dover toccare una mano tanto sporca. E' vero o no? E allora,perché ci meravigliamo che i poveri diventino duri,scortesi? Chiunque lo diverrebbe,se fosse trattato più da bestia che da essere umano. E' vergognoso che questo possa accadere in paesi che si vantano di essere colti, civilizzati. Una gran parte di coloro che hanno quattrini, pensa che un mendicante sia un essere spregevole,sudicio,scontroso,incivile. Ma si è chiesta,questa gente,come mai quegli infelici sono diventati così? Fate un confronto tra i vostri e i loro figli:in fondo,che differenza c'è? I vostri bambini sono lindi,puliti, e ordinati; quegli altri sporchi e trascurati. Tutto qui? Sì, tutto qui:la differenza è soltanto questa. Se i figli dei poveri avessero dei bei vestitini e avessero imparato le buone maniere,non ci sarebbe nessuna differenza. Tutti siamo nati innocenti e deboli,tutti respiriamo la stessa aria,molti abbiamo anche fede nello stesso Dio. Eppure, la differenza può diventare così grande,proprio perché tanta gente non si è mai resa conto di quel che sia tale differenza e in che cosa essa realmente consista. Se lo avesse capito,avrebbe scoperto che la differenza non esiste. Tutti siamo nati uguali,tutti dobbiamo morire,nulla resta delle ricchezze,della gloria,del potere: tutto è transitorio. Perché allora la gente si aggrappa tanto disperatamente a questi beni terreni? E perché coloro che hanno molto di più di quello che ad essi abbisogna,non danno il superfluo ai loro fratelli? Perché per qualcuno la vita deve essere così dura? E prima di tutto,se doniamo qualcosa,doniamola con gentilezza,non buttandola in faccia agli altri:tutti hanno diritto ad una buona parola. Perché si deve essere più cortesi con una signora che con una povera donna? Chi ha stabilito che debbano essere diverse? La vera grandezza di una persona non consiste nella sua ricchezza o nella sua potenza,ma nel suo carattere e nella sua bontà. Ciascuno di noi è un essere umano,con i suoi difetti e le sue manchevolezze,ma tutti siamo nati con una buona dose di bontà. Non c'è bisogno di essere ricchi per far del bene,per incoraggiare,invece di soffocare,il buono che c'è in ciascuno di noi,per dare ai poveri la sensazione di essere,anch'essi,degli essere umani. In tutto si può cominciare dalle piccole cose:per esempio,in tram,non vi alzate solo per cedere il posto a una elegante signora,ma fatelo anche per una donna mal vestita; scusatevi con premura anche se pestate i piedi ad un poveraccio. L'esempio è sempre seguito:cercate di essere voi a dare il buon esempio e vedrete che gli altri vi imiteranno. Un po' alla volta,il numero delle persone che diventeranno affabili,gentili,amichevoli,crescerà,sino a che la povera gente non sarà più guardata dall'alto in basso. Oh,se potessimo esser già arrivati a questo punto, se il nostro paese,l'Europa,il mondo intero avesse compreso che,in sostanza,tutti abbiamo in noi dei sentimenti buoni e generosi l'uno verso l'altro,tutti siamo uguali e che ogni altra cosa è solo passeggera. Che soddisfazione pensare che non abbiamo alcun bisogno di aspettare,che tutti possiamo subito cominciare a cercare di cambiare il mondo,un pochino per volta! ...che ciascuno di noi,grande o piccolo,può contribuire immediatamente a diffondere un po' di giustizia. La maggior parte di noi,proprio come in tante altre cose,cerca la giustizia dagli altri,e si lamente perchè crede di non riceverne abbastanza. Aprite gli occhi:assicuratevi di esere giusti voi stessi. Date, date quanto potete, e potete sempre dar qualcosa,non foss'altro che gentilezza. Se tutti facessero così,se nessuno fosse avaro di una buona parola,ci sarebbe,a questo mondo,più giustizia e più amore. Date e riceverete:molto di più di quello che vi possiate immaginare. Date,date ancora,non vi scoraggiate,continuate a dare..Nessuno è mai diventato povero per aver dato. Se lo farete,fra qualche generazione nessuno dovrà provar compassione per i bimbi dei poveri,perchè di gente povera non ce ne sarà più. C'è posto per tutti a questo mondo, c'è danaro per tutti,ricchezza per tutti,cose belle per tutti. Dio ci ha dato quanto basta per tutti: siamo noi che dobbiamo cominciare dividercelo con giustizia."
(Chiaro il concetto?)
appunti di taoismo
Continuo la citazione di Alan Watts. Seguirà critica interlineare. Quello che segue è taoismo classico, con citazione dai testi di riferimento pure essi classici. Leggere e meditare, con occhio critico ovviamente; il taoismo non è esercizio passivo dell'intelletto.
"Il Tao. "Il Tao è quello da cui non si può deviare; quello da cui si può deviare non è il
Tao” Questa frase, tratta dal Chung Yung (dottrina del mezzo), fa pensare che non vi è
analogia tra il Tao e le idee occidentali di Dio, e della legge divina o naturale, alla
quale si può obbedire o disobbedire. Le persone cercano di forzare i problemi
soltanto quando non si rendono conto che ciò non può essere fatto – che non vi è
modo di deviare dalla corrente della natura. Noi potremmo forse immaginare di
essere al di fuori, o separati, dal Tao e perciò in grado di seguirlo o meno; ma
proprio questa immaginazione è essa stessa nella corrente, poiché per essa non vi
è altra via che non la Via. Per amore o per forza noi siamo questa cosa ed andiamo con essa.
Tao è soltanto un nome per quello che avviene o, come lo esprime Lao-tzu:
“Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao”.
Traduttori diversi lo hanno chiamato Via, Ragione, Provvidenza, Logos, e persino
Dio, anche se la parola deve essere intesa nel suo senso più lato. Tuttavia, bisogna
che sia chiaro fin dal principio che il Tao non deve essere inteso come “Dio” nel
senso del governante, del monarca, del comandante, architetto, e fattore
dell’universo. L’immagine del signore supremo militare e politico, o quella di un
creatore esterno alla natura, non ha alcuno spazio nell’idea del Tao.
Eppure il Tao è la più certa ed ultima realtà ed energia dell’universo,
il terreno dell’essere e del non-essere.
Il Tao possiede realtà e prove, ma non azione e non forma. Esso può essere trasmesso
ma non può essere ricevuto. Può essere ottenuto ma non può essere visto. Esso esiste in
sé e per sé. Esisteva prima del cielo e della terra, ed invero da tutta l’eternità. Esso fa sì
che gli dei siano divini e che la terra sia stata prodotta. Esso è sopra lo zenith, ma non è
in alto. È al di sotto del nadir ma non è in basso. Sebbene antecedente al cielo e alla
terra, non è antico. Sebbene più vecchio di quanto c’è di più antico, non è vecchio.(Chuang-tzu)
L’immagine associata al Tao è materna, non paterna. C'era qualcosa di caotico e perfetto
prima che il cielo e la terra nascessero. Silenziosa, vuota, sta da sola e non cambia.
Gira intorno instancabile. Si può considerare la madre dell'universo.
Io non conosco il suo nome, ma la chiamo Tao. (Lao-tzu)
Lungi dall’essere l’agente attivo, il soggetto del verbo, il fattore e il creatore delle
cose. “il Tao non fa nulla, ma nulla è lasciato non-fatto” Esso ha il potere della
passività per il quale sono sempre state famose le donne.
Chi conosce il (suo lato) maschile ma conserva il (suo lato) femminile
Diventa l’impluvio del mondo. Essendo l’impluvio del mondo,
la virtù non lo abbandona mai; ritorna allo stato di infante.
Chi conosce il bianco ma si attiene al nero (diventa) il modello del mondo.
Essendo il modello del mondo, la virtù non gli difetta mai; ritorna all’illimitato... (Lao-tzu)
Perciò il Tao è il corso, la corrente, il lasciarsi andare, o il processo della natura,
ed io lo chiamo la Via dell’acqua che scorre perché sia Lao-tzu che Chuang-tzu
usano come metafora principale di questo lo scorrere dell’acqua. Il Tao non può
essere definito a parole e non è né un’idea né un concetto. Tuttavia, come dice
Chuang-tzu, “Può essere raggiunto ma non può essere visto”, o, in altre parole,
sentito ma non concepito, intuito ma non categorizzato, divinato ma non
spiegato. Il gioco della scienza e della filosofia occidentale consiste nell’intrappolare
l’universo nella rete delle parole e dei numeri, cosicché c’è sempre la tentazione di
confondere le parti, o le leggi, della grammatica e della matematica, con le reali
operazioni della natura... I nostri pensieri – anche se è inteso che lo facciano –
non rappresentano necessariamente alberi e rocce. I pensieri crescono nel
cervello come l’erba nei prati... Anche se il pensiero è nella natura, non dobbiamo
far confusione tra le regole del gioco del pensiero ed i modelli della natura.
Ciò che noi traduciamo “natura”, per i taoisti è tzu-jan e sta a significare
“spontaneo”, ciò che è così di per sé.
Sedendo quietamente, senza far nulla,
viene la primavera e l’erba cresce da sé. Sincronicità.
Nella visione taoista, ogni cosa-evento è ciò che è soltanto in relazione con tutti
gli altri. La terra, ed ogni più piccola cosa su di essa, inevitabilmente va col sole,
la luna, le stelle. Ha bisogno di essi proprio come ha bisogno dei propri elementi,
dei quali consiste. Al contrario, il sole non avrebbe luce senza gli occhi, e neppure
“esisterebbe” l’universo senza la coscienza e viceversa. È questo il principio del
“reciproco nascere” (hsiang sheng) che viene spiegato nel II capitolo del Tao Te
Chinh. Il principio è che se ogni cosa è lasciata andare secondo la propria strada,
l’armonia dell’universo verrà stabilita, per il fatto che ogni processo del mondo
può “fare la sua propria cosa” soltanto in relazione con tutte le altre.
L’individualità è inseparabile dalla comunità.
In altre parole l’ordine della natura non è un ordine forzato; non è il risultato di
leggi e comandamenti il cui esistere è costretto ad obbedire attraverso la violenza
esterna, poiché nella visione taoista non esiste un mondo rigidamente esterno. Il7
mio interno sorge reciprocamente al mio esterno, e sebbene queste due cose
possano differire non possono essere separate.
Perciò la “propria strada” di ogni cosa è la “propria strada” dell’universo, del Tao.
A causa della mutua interdipendenza di tutti gli esseri, essi si armonizzeranno se
lasciati soli e non forzati. E questa armonia emergerà da sé “tzu-jan”, senza
forzature esterne... Al di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti
senza consultare libri – ma la nostra umana paura è che il Tao che non può essere
descritto, l’ordine che non può essere messo dentro i libri, sia il caos.
Se il Tao significa l’ordine ed il corso della natura, la domanda è, allora, quale
genere di ordine? Lao-tzu usa il termine “hun” – oscuro, caotico, turgido – per lo
stato del Tao. Questa oscurità è da intendere con quello che è profondo, oscuro,
misterioso antecedente ad ogni distinzione tra ordine e disordine – cioè, prima di
ogni classificazione e nomenclatura delle forme del mondo.
Il Tao di cui si può parlare non è l'eterno Tao;
il nome che può essere nominato non è l'eterno nome.
"Non-essere" è il nome che diamo all'origine del cielo e della terra,
"essere" è il nome che diamo alla madre di tutte le creature.
Quindi: Di ciò che sempre non è ora vedremo i portenti, di ciò che sempre è
ora vedremo i confini. Pur avendo nomi differenti, i due hanno origine comune.
Ciò che hanno in comune, lo chiamo "oscuro",
oscuro e ancora più oscuro, la porta di tutti i portenti.
Il caos di hsüian (oscuro) è la natura del mondo prima che ogni distinzione fosse
stata contrassegnata e chiamata per nome.
In Chuang-tzu troviamo: Quando l’acqua è calma, è come uno specchio che riflette la barba e le sopracciglia. Dà la precisione del livello dell’acqua, ed il filosofo ne fa il suo modello. E se perciò l’acqua deriva la sua lucentezza dalla calma, quanto ancor più le facoltà della mente? La mente
del Saggio stando in riposo diviene lo specchio dell’universo, il riflesso di tutto il creato.
Il Tao è lo scorrevole corso della natura e dell’universo; “li” è il suo principio di
ordine che possiamo tradurre nel miglior modo come “modello organico”, e
l’acqua è la sua eloquente metafora. La ragione per cui il Tao e i suoi modelli ci
sfuggono è il fatto che essi sono noi stessi e noi siamo.
Come una lama che taglia ma non può tagliare se stessa; Come un occhio che vede ma non può vedere se stesso. (dallo Zenrin Kushu) Guardando il nucleo dell’atomo noi cambiamo il suo comportamento, e nel nostro osservare le galassie esse ci sfuggono – e nel cercare di rappresentare il cervello,
l’ostacolo consiste nel fatto che noi non possediamo strumento più raffinato del
cervello stesso. Il maggiore ostacolo alla conoscenza oggettiva sta proprio nella
nostra presenza soggettiva. Non c’è niente per essa, allora, ma soltanto il
confidare nel Tao ed andare con esso come sorgente e terreno nel nostro proprio
essere che “può” essere raggiunto ma non visto. Il Tao non è considerato come il padrone e il creatore del nostro universo organico. Esso può forse regnare ma non governa. È il modello delle cose ma non
una legge imposta. Perciò leggiamo nel libro Han Fei Tzu (III secolo a.C.)
Il Tao è quella cosa per cui tutte le cose sono così, e con la quale tutti i principi
concordano. I principi (li) sono i segni (wen) delle cose completate. Il Tao è quella cosa
per cui tutte le cose divengono complete. Perciò si dice che il Tao è quella cosa che dà i
principi. Quando le cose hanno i loro principi, l’una cosa non può essere l’altra... Tutte le
cose hanno il loro proprio differente principio, mentre il Tao porta i principi di tutte le
cose ad un unico accordo. Perciò esso può essere tanto una cosa che l’altra, e non una
cosa soltanto. Se ogni cosa segue il proprio li essa si armonizzerà con tutte le altre cose che
seguono i loro, ma non a causa di una regola imposta, ma per una mutua
risonanza (ying) ed interdipendenza. Vedere come un tutto l’universo, costituisce un’armonia o simbiosi di modelli che non possono esistere gli uni senza gli altri. Tuttavia quando esso viene esaminato
parte per parte troviamo il conflitto. Il mondo biologico è una società che si
divora reciprocamente in cui ogni specie è preda di un’altra... Per questa ragione
ognuno che si propone di governare il mondo mette tutto, e specialmente se
stesso, in pericolo. Quelli che vorrebbero prendere il mondo e governarlo
Io vedo che non possono afferrarlo; perché il mondo è un recipiente spirituale
e non può essere forzato. Chiunque lo forza lo guasta. Chiunque lo afferra lo perde.
Proprio come ogni punto della superficie di una sfera può essere considerato
come il centro della superficie, allo stesso modo ogni organo del corpo ed ogni
essere del cosmo può essere visto come il suo centro e il suo governante. È simile
al principio Hindu-Buddhista del karma – cioè che ogni cosa che accade a te è
una tua propria azione o fatto. Perciò in molti stati dell’esperienza mistica o della
coscienza cosmica la differenza tra quello che tu fai e quello che ti accade, il
volontario e l’involontario, sembra scomparire. Questa sensazione può essere9
interpretata nel senso che ogni cosa è volontaria – che tutto l’universo è una tua
azione ed un tuo desiderio. Non c’è governante e niente è governato. Quello che avviene accade
semplicemente di per sé (tzu-jan) senza spingere o tirare, poiché ogni spingere è
anche un tirare ed ogni tirare è uno spingere, come nell’uso del volante. Questo è
il principio del “reciproco nascere” hsiang sheng. Come l’universo produce la
nostra coscienza, la nostra coscienza riflette l’universo; e questa realizzazione
trascende e chiude il dibattito tra materialisti ed idealisti (o spiritualisti),
deterministi e volontaristi, che rappresentano lo yin e lo yang dell’opinione
filosofica. Molti potrebbero obiettare che questa visione dell’universo abroga la legge
fondamentale di causa ed effetto ma, la nozione di causalità è semplicemente un
modo incompleto di mettere insieme le varie tappe di un avvenimento che noi
vediamo distinto e separato. In realtà, un solo singolo avvenimento è l’universo
stesso. Li, non la causalità è la spiegazione razionale del mondo.
La conoscenza degli antichi era perfetta. Quanto perfetta? Innanzitutto, essi non
sapevano che c’erano le cose. Questa è la conoscenza più perfetta; non si può
aggiungere altro. Poi essi sapevano che c’erano le cose, ma non facevano ancora
distinzioni tra di esse. Alla fine, essi fecero delle distinzioni tra di esse, ma non
elaborarono ancora giudizi su di esse. Quando i giudizi furono elaborati, il Tao fu
distrutto. E ancora: L’universo arrivò ad essere insieme con noi; con noi, tutte le cose sono una.3
Concepire il Tao come energia inconscia è tanto fuori strada quanto il concepirlo
come un governante in persona (o Dio). Il Tao è semplicemente inconcepibile.
Tuttavia, se il Tao è inconcepibile, a che serve avere la parola e non dire niente su
di esso? Semplicemente perché noi sappiamo intuitivamente che esiste una
dimensione di noi stessi e della natura che ci sfugge poiché è troppo ristretta,
troppo generale e troppo onnicomprensiva per essere distinta come oggetto
particolare. Questa dimensione costituisce il terreno per tutte le forme ed
esperienze stupefacenti delle quali noi siamo coscienti. Poiché siamo coscienti,
ciò non può essere inconscio, sebbene noi non siamo consci di ciò – come di una
cosa esterna. Il bambino guarda le cose tutto il giorno senza essere strabico e sgranare gli occhi; ciò
avviene perché i suoi occhi non si focalizzano su nessun oggetto in particolare. Egli va
senza sapere dove sta andando, e si ferma senza sapere quel che sta facendo. Egli si
immerge in quanto lo circonda e va insieme con esso. Questi sono i principi dell’igiene
mentale.
"Il Tao. "Il Tao è quello da cui non si può deviare; quello da cui si può deviare non è il
Tao” Questa frase, tratta dal Chung Yung (dottrina del mezzo), fa pensare che non vi è
analogia tra il Tao e le idee occidentali di Dio, e della legge divina o naturale, alla
quale si può obbedire o disobbedire. Le persone cercano di forzare i problemi
soltanto quando non si rendono conto che ciò non può essere fatto – che non vi è
modo di deviare dalla corrente della natura. Noi potremmo forse immaginare di
essere al di fuori, o separati, dal Tao e perciò in grado di seguirlo o meno; ma
proprio questa immaginazione è essa stessa nella corrente, poiché per essa non vi
è altra via che non la Via. Per amore o per forza noi siamo questa cosa ed andiamo con essa.
Tao è soltanto un nome per quello che avviene o, come lo esprime Lao-tzu:
“Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao”.
Traduttori diversi lo hanno chiamato Via, Ragione, Provvidenza, Logos, e persino
Dio, anche se la parola deve essere intesa nel suo senso più lato. Tuttavia, bisogna
che sia chiaro fin dal principio che il Tao non deve essere inteso come “Dio” nel
senso del governante, del monarca, del comandante, architetto, e fattore
dell’universo. L’immagine del signore supremo militare e politico, o quella di un
creatore esterno alla natura, non ha alcuno spazio nell’idea del Tao.
Eppure il Tao è la più certa ed ultima realtà ed energia dell’universo,
il terreno dell’essere e del non-essere.
Il Tao possiede realtà e prove, ma non azione e non forma. Esso può essere trasmesso
ma non può essere ricevuto. Può essere ottenuto ma non può essere visto. Esso esiste in
sé e per sé. Esisteva prima del cielo e della terra, ed invero da tutta l’eternità. Esso fa sì
che gli dei siano divini e che la terra sia stata prodotta. Esso è sopra lo zenith, ma non è
in alto. È al di sotto del nadir ma non è in basso. Sebbene antecedente al cielo e alla
terra, non è antico. Sebbene più vecchio di quanto c’è di più antico, non è vecchio.(Chuang-tzu)
L’immagine associata al Tao è materna, non paterna. C'era qualcosa di caotico e perfetto
prima che il cielo e la terra nascessero. Silenziosa, vuota, sta da sola e non cambia.
Gira intorno instancabile. Si può considerare la madre dell'universo.
Io non conosco il suo nome, ma la chiamo Tao. (Lao-tzu)
Lungi dall’essere l’agente attivo, il soggetto del verbo, il fattore e il creatore delle
cose. “il Tao non fa nulla, ma nulla è lasciato non-fatto” Esso ha il potere della
passività per il quale sono sempre state famose le donne.
Chi conosce il (suo lato) maschile ma conserva il (suo lato) femminile
Diventa l’impluvio del mondo. Essendo l’impluvio del mondo,
la virtù non lo abbandona mai; ritorna allo stato di infante.
Chi conosce il bianco ma si attiene al nero (diventa) il modello del mondo.
Essendo il modello del mondo, la virtù non gli difetta mai; ritorna all’illimitato... (Lao-tzu)
Perciò il Tao è il corso, la corrente, il lasciarsi andare, o il processo della natura,
ed io lo chiamo la Via dell’acqua che scorre perché sia Lao-tzu che Chuang-tzu
usano come metafora principale di questo lo scorrere dell’acqua. Il Tao non può
essere definito a parole e non è né un’idea né un concetto. Tuttavia, come dice
Chuang-tzu, “Può essere raggiunto ma non può essere visto”, o, in altre parole,
sentito ma non concepito, intuito ma non categorizzato, divinato ma non
spiegato. Il gioco della scienza e della filosofia occidentale consiste nell’intrappolare
l’universo nella rete delle parole e dei numeri, cosicché c’è sempre la tentazione di
confondere le parti, o le leggi, della grammatica e della matematica, con le reali
operazioni della natura... I nostri pensieri – anche se è inteso che lo facciano –
non rappresentano necessariamente alberi e rocce. I pensieri crescono nel
cervello come l’erba nei prati... Anche se il pensiero è nella natura, non dobbiamo
far confusione tra le regole del gioco del pensiero ed i modelli della natura.
Ciò che noi traduciamo “natura”, per i taoisti è tzu-jan e sta a significare
“spontaneo”, ciò che è così di per sé.
Sedendo quietamente, senza far nulla,
viene la primavera e l’erba cresce da sé. Sincronicità.
Nella visione taoista, ogni cosa-evento è ciò che è soltanto in relazione con tutti
gli altri. La terra, ed ogni più piccola cosa su di essa, inevitabilmente va col sole,
la luna, le stelle. Ha bisogno di essi proprio come ha bisogno dei propri elementi,
dei quali consiste. Al contrario, il sole non avrebbe luce senza gli occhi, e neppure
“esisterebbe” l’universo senza la coscienza e viceversa. È questo il principio del
“reciproco nascere” (hsiang sheng) che viene spiegato nel II capitolo del Tao Te
Chinh. Il principio è che se ogni cosa è lasciata andare secondo la propria strada,
l’armonia dell’universo verrà stabilita, per il fatto che ogni processo del mondo
può “fare la sua propria cosa” soltanto in relazione con tutte le altre.
L’individualità è inseparabile dalla comunità.
In altre parole l’ordine della natura non è un ordine forzato; non è il risultato di
leggi e comandamenti il cui esistere è costretto ad obbedire attraverso la violenza
esterna, poiché nella visione taoista non esiste un mondo rigidamente esterno. Il7
mio interno sorge reciprocamente al mio esterno, e sebbene queste due cose
possano differire non possono essere separate.
Perciò la “propria strada” di ogni cosa è la “propria strada” dell’universo, del Tao.
A causa della mutua interdipendenza di tutti gli esseri, essi si armonizzeranno se
lasciati soli e non forzati. E questa armonia emergerà da sé “tzu-jan”, senza
forzature esterne... Al di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti
senza consultare libri – ma la nostra umana paura è che il Tao che non può essere
descritto, l’ordine che non può essere messo dentro i libri, sia il caos.
Se il Tao significa l’ordine ed il corso della natura, la domanda è, allora, quale
genere di ordine? Lao-tzu usa il termine “hun” – oscuro, caotico, turgido – per lo
stato del Tao. Questa oscurità è da intendere con quello che è profondo, oscuro,
misterioso antecedente ad ogni distinzione tra ordine e disordine – cioè, prima di
ogni classificazione e nomenclatura delle forme del mondo.
Il Tao di cui si può parlare non è l'eterno Tao;
il nome che può essere nominato non è l'eterno nome.
"Non-essere" è il nome che diamo all'origine del cielo e della terra,
"essere" è il nome che diamo alla madre di tutte le creature.
Quindi: Di ciò che sempre non è ora vedremo i portenti, di ciò che sempre è
ora vedremo i confini. Pur avendo nomi differenti, i due hanno origine comune.
Ciò che hanno in comune, lo chiamo "oscuro",
oscuro e ancora più oscuro, la porta di tutti i portenti.
Il caos di hsüian (oscuro) è la natura del mondo prima che ogni distinzione fosse
stata contrassegnata e chiamata per nome.
In Chuang-tzu troviamo: Quando l’acqua è calma, è come uno specchio che riflette la barba e le sopracciglia. Dà la precisione del livello dell’acqua, ed il filosofo ne fa il suo modello. E se perciò l’acqua deriva la sua lucentezza dalla calma, quanto ancor più le facoltà della mente? La mente
del Saggio stando in riposo diviene lo specchio dell’universo, il riflesso di tutto il creato.
Il Tao è lo scorrevole corso della natura e dell’universo; “li” è il suo principio di
ordine che possiamo tradurre nel miglior modo come “modello organico”, e
l’acqua è la sua eloquente metafora. La ragione per cui il Tao e i suoi modelli ci
sfuggono è il fatto che essi sono noi stessi e noi siamo.
Come una lama che taglia ma non può tagliare se stessa; Come un occhio che vede ma non può vedere se stesso. (dallo Zenrin Kushu) Guardando il nucleo dell’atomo noi cambiamo il suo comportamento, e nel nostro osservare le galassie esse ci sfuggono – e nel cercare di rappresentare il cervello,
l’ostacolo consiste nel fatto che noi non possediamo strumento più raffinato del
cervello stesso. Il maggiore ostacolo alla conoscenza oggettiva sta proprio nella
nostra presenza soggettiva. Non c’è niente per essa, allora, ma soltanto il
confidare nel Tao ed andare con esso come sorgente e terreno nel nostro proprio
essere che “può” essere raggiunto ma non visto. Il Tao non è considerato come il padrone e il creatore del nostro universo organico. Esso può forse regnare ma non governa. È il modello delle cose ma non
una legge imposta. Perciò leggiamo nel libro Han Fei Tzu (III secolo a.C.)
Il Tao è quella cosa per cui tutte le cose sono così, e con la quale tutti i principi
concordano. I principi (li) sono i segni (wen) delle cose completate. Il Tao è quella cosa
per cui tutte le cose divengono complete. Perciò si dice che il Tao è quella cosa che dà i
principi. Quando le cose hanno i loro principi, l’una cosa non può essere l’altra... Tutte le
cose hanno il loro proprio differente principio, mentre il Tao porta i principi di tutte le
cose ad un unico accordo. Perciò esso può essere tanto una cosa che l’altra, e non una
cosa soltanto. Se ogni cosa segue il proprio li essa si armonizzerà con tutte le altre cose che
seguono i loro, ma non a causa di una regola imposta, ma per una mutua
risonanza (ying) ed interdipendenza. Vedere come un tutto l’universo, costituisce un’armonia o simbiosi di modelli che non possono esistere gli uni senza gli altri. Tuttavia quando esso viene esaminato
parte per parte troviamo il conflitto. Il mondo biologico è una società che si
divora reciprocamente in cui ogni specie è preda di un’altra... Per questa ragione
ognuno che si propone di governare il mondo mette tutto, e specialmente se
stesso, in pericolo. Quelli che vorrebbero prendere il mondo e governarlo
Io vedo che non possono afferrarlo; perché il mondo è un recipiente spirituale
e non può essere forzato. Chiunque lo forza lo guasta. Chiunque lo afferra lo perde.
Proprio come ogni punto della superficie di una sfera può essere considerato
come il centro della superficie, allo stesso modo ogni organo del corpo ed ogni
essere del cosmo può essere visto come il suo centro e il suo governante. È simile
al principio Hindu-Buddhista del karma – cioè che ogni cosa che accade a te è
una tua propria azione o fatto. Perciò in molti stati dell’esperienza mistica o della
coscienza cosmica la differenza tra quello che tu fai e quello che ti accade, il
volontario e l’involontario, sembra scomparire. Questa sensazione può essere9
interpretata nel senso che ogni cosa è volontaria – che tutto l’universo è una tua
azione ed un tuo desiderio. Non c’è governante e niente è governato. Quello che avviene accade
semplicemente di per sé (tzu-jan) senza spingere o tirare, poiché ogni spingere è
anche un tirare ed ogni tirare è uno spingere, come nell’uso del volante. Questo è
il principio del “reciproco nascere” hsiang sheng. Come l’universo produce la
nostra coscienza, la nostra coscienza riflette l’universo; e questa realizzazione
trascende e chiude il dibattito tra materialisti ed idealisti (o spiritualisti),
deterministi e volontaristi, che rappresentano lo yin e lo yang dell’opinione
filosofica. Molti potrebbero obiettare che questa visione dell’universo abroga la legge
fondamentale di causa ed effetto ma, la nozione di causalità è semplicemente un
modo incompleto di mettere insieme le varie tappe di un avvenimento che noi
vediamo distinto e separato. In realtà, un solo singolo avvenimento è l’universo
stesso. Li, non la causalità è la spiegazione razionale del mondo.
La conoscenza degli antichi era perfetta. Quanto perfetta? Innanzitutto, essi non
sapevano che c’erano le cose. Questa è la conoscenza più perfetta; non si può
aggiungere altro. Poi essi sapevano che c’erano le cose, ma non facevano ancora
distinzioni tra di esse. Alla fine, essi fecero delle distinzioni tra di esse, ma non
elaborarono ancora giudizi su di esse. Quando i giudizi furono elaborati, il Tao fu
distrutto. E ancora: L’universo arrivò ad essere insieme con noi; con noi, tutte le cose sono una.3
Concepire il Tao come energia inconscia è tanto fuori strada quanto il concepirlo
come un governante in persona (o Dio). Il Tao è semplicemente inconcepibile.
Tuttavia, se il Tao è inconcepibile, a che serve avere la parola e non dire niente su
di esso? Semplicemente perché noi sappiamo intuitivamente che esiste una
dimensione di noi stessi e della natura che ci sfugge poiché è troppo ristretta,
troppo generale e troppo onnicomprensiva per essere distinta come oggetto
particolare. Questa dimensione costituisce il terreno per tutte le forme ed
esperienze stupefacenti delle quali noi siamo coscienti. Poiché siamo coscienti,
ciò non può essere inconscio, sebbene noi non siamo consci di ciò – come di una
cosa esterna. Il bambino guarda le cose tutto il giorno senza essere strabico e sgranare gli occhi; ciò
avviene perché i suoi occhi non si focalizzano su nessun oggetto in particolare. Egli va
senza sapere dove sta andando, e si ferma senza sapere quel che sta facendo. Egli si
immerge in quanto lo circonda e va insieme con esso. Questi sono i principi dell’igiene
mentale.
il poeta beato
Recentemente un mio amico, roberto zaccaria, laurea in filosofia, ha pubblicato la sua prima opera, una raccolta di poesie, il cui titolo è il poeta beato. Segue una mia personale scelta dalla raccolta.
passi rincorsi
lasciano un fondo questi passi gelati
sul freddo dell'inverno.
Si sentono alitare nel viso
da personaggi misteriosi,come ignoti.
Nella solitudine di quel viale imboccato
avvertono ancora la pesantezza posteriore,
invece davanti solo il vuoto.
Non si tratta di ansia e paura,
unico loro desiderio era muoversi nell'incognito
del freddo e del buio,
senza lasciare prove di esistenza.
Ed ora eccoli là,
accompagnati,respirati,rincorsi,
privi per sempre della loro libertà.
destino prossimo
Nell'anno presto
faranno luce
mostri incolumi,
rei d'esser nati
e rei d'aver posseduto
altri mostri a volerli
come prole.
passi rincorsi
lasciano un fondo questi passi gelati
sul freddo dell'inverno.
Si sentono alitare nel viso
da personaggi misteriosi,come ignoti.
Nella solitudine di quel viale imboccato
avvertono ancora la pesantezza posteriore,
invece davanti solo il vuoto.
Non si tratta di ansia e paura,
unico loro desiderio era muoversi nell'incognito
del freddo e del buio,
senza lasciare prove di esistenza.
Ed ora eccoli là,
accompagnati,respirati,rincorsi,
privi per sempre della loro libertà.
destino prossimo
Nell'anno presto
faranno luce
mostri incolumi,
rei d'esser nati
e rei d'aver posseduto
altri mostri a volerli
come prole.
delirio di onnipotenza
Ieri sera ho raccolto l'invito di un mio amico per una cena al ristorante cinese poco distante da casa mia. Avevo preventivato di prepararmi la cena da solo, spulciando qualche improbabile invenzione dietetica - sono figli di cuochi e quindi virtualmente cuoco; ma le esigenze dell'arrampicata sportiva mal si adattano ai contorcimenti creativi in cucina. Al ristorante ho ordinato insalata mista e verdure alla piastra. Cena frugale, serata tranquilla. Ma poi la svolta. Questo mio simpatico amico ha sviluppato negli anni una personale ossessione filosofica di stampo filo nazifascista; la mia terapia di supporto filosofico ed emotivo evidentemente non è riuscita ad arginare le complicazioni ideologiche della sua dottrina fulminante; neppure mi consola sapere che la componente istituzionale (psicoterapia e farmacoterapia) non ha attenuato il disagio esistenziale. Dovrei continuare come amico che ascolta - non passivamente - a digerire certe uscite dottrinarie razziste e totalitarie? Credo che non sia giusto nei miei confronti. Noto che i sintomi sono peggiorati. Egli crede di essere perseguitato dall'establishment politico giudaico; complotti,tentativi di induzione al suicidio e strumenti di controllo politico che farebbero impallidire il più tenace dei gialli complottisti post moderni. Egli crede che i suoi scritti - già spiati dal supremo ordine modiale ebraico - lo abbiano precipitato nella lista dei sovversivi ricercati. Le su riflessioni sono fortemente autobiografiche e somigliano per certi versi all'anticristo di nietzsche condito con la dualità della razza opposta alle deficienze dei sistemi politici concorrenti - dall'estrema sinistra all'anarchismo (sopra quest'ultimo non posso che osservare la sua ignoranza estrema - ma tant'è). Egli si dichiara pantesita,la legge del più forte (come attributo razziale) come dogma fondante il successivo carattere organico del mondo (al cui vertice è ovviamente lui) attuato pragmaticamente attraverso un ordinamento gerarchico, anch'esso stabilito "per natura". Se si fosse letto stirner - l'unico e la sua proprietà - avrebbe compreso la sua mancanza di originalità. Ma il problema è un altro. Se non riuscirà ad arginare la sua emotività ideologizzata, potrebbe davvero combinare un disastro. Oppure semplicemente potrebbe avere un crollo psichico, come fu per lo stesso nietzsche. Allora che fare? Siamo ad un passo dal delirio di onnipotenza. Un aspetto caratteriale della sua personalità è emerso oggi dirompente, come temevo. Superati certi confini - come nel disturbo narcisistico della personalità - non v'è ritorno ma la condanna all'abisso della follia. Ma forse non è ancora troppo tardi. Attendo suggerimenti costruttivi. Lasciate pure libera la vostra fantasia.
riflessioni critiche sul primitivismo: a primitivist primer di john moore
Avendo citato indirettamente il saggio di moore, ne riporto qui un estratto; il saggio completo è reperibile qui http://www.primitivism.com/primer.htm.
Fa sorridere oggi l'aggettivo feminist accompagnato da cooperative,communitarian,spontaneus,wild. Questi aggettivi sono mutuamente esclusivi se inquadrati in un'ottica tanto femminista quanto maschilista. La selva dei differenti femminismi (e dei corrispettivi maschilismi - fra loro antitetici) già testimonia il fallimento fondazionale del programma pro o anti femminista. Per fortuna oggi è almeno chiaro cosa debba intendersi per identità (e relativa antropologia) di genere. Ma c'è sempre chi chiude occhi e cuore.
Come matematico taoista non posso abbracciare estremismi quali il primitivismo emotivo.
"What kind of future is envisaged by anarcho-primitivists?
Anarcho-primitivist journal "Anarchy; A Journal of Desire Armed" envisions a future that is 'radically cooperative & communitarian, ecological and feminist, spontaneous and wild,' and this might be the closest you'll get to a description! There's no blueprint, no proscriptive pattern, although it's important to stress that the envisioned future is not 'primitive' in any stereotypical sense. As the Fifth Estate said in 1979: 'Let us anticipate the critics who would accuse us of wanting to go "back to the caves" or of mere posturing on our part - i.e., enjoying the comforts of civilization all the while being its hardiest critics. We are not posing the Stone Age as a model for our Utopia[,] nor are we suggesting a return to gathering and hunting as a means for our livelihood.' As a corrective to this common misconception, it's important to stress that that the future envisioned by anarcho-primitivism is sui generis - it is without precedent. Although primitive cultures provide intimations of the future, and that future may well incorporate elements derived from those cultures, an anarcho-primitivist world would likely be quite different from previous forms of anarchy.
How does anarcho-primitivism view technology?
John Zerzan defines technology as 'the ensemble of division of labor/production/industrialism and its impact on us and on nature. Technology is the sum of mediations between us and the natural world and the sum of those separations mediating us from each other. It is all the drudgery and toxicity required to produce and reproduce the stage of hyper-alienation we languish in. It is the texture and the form of domination at any given stage of hierarchy and domination.' Opposition to technology thus plays an important role in anarcho-primitivist practice. However, Fredy Perlman says that 'technology is nothing but the Leviathan's armory,' its 'claws and fangs.' Anarcho-primitivists are thus opposed to technology, but there is some debate over how central technology is to domination in civilization.
A distinction should be drawn between tools (or implements) and technology. Perlman shows that primitive peoples develop all kinds of tools and implements, but not technologies: 'The material objects, the canes and canoes, the digging sticks and walls, were things a single individual could make, or they were things, like a wall, that required the cooperation of many on a single occasion .... Most of the implements are ancient, and the [material] surpluses [these implements supposedly made possible] have been ripe since the first dawn, but they did not give rise to impersonal institutions. People, living beings, give rise to both.' Tools are creations on a localised, small-scale, the products of either individuals or small groups on specific occasions. As such, they do not give rise to systems of control and coercion.
Technology, on the other hand, is the product of large-scale interlocking systems of extraction, production, distribution and consumption, and such systems gain their own momentum and dynamic. As such, they demand structures of control and obedience on a mass scale - what Perlman calls impersonal institutions. As the Fifth Estate pointed out in 1981: 'Technology is not a simple tool which can be used in any way we like. It is a form of social organization, a set of social relations. It has its own laws. If we are to engage in its use, we must accept its authority. The enormous size, complex interconnections and stratification of tasks which make up modern technological systems make authoritarian command necessary and independent, individual decision-making impossible.'
Anarcho-primitivism is an anti-systemic current: it opposes all systems, institutions, abstractions, the artificial, the synthetic, and the machine, because they embody power relations. Anarcho-primitivists thus oppose technology or the technological system, but not the use of tools and implements in the senses indicated here. As to whether any technological forms will be appropriate in an anarcho-primitivist world, there is debate over this issue. The Fifth Estate remarked in 1979 that: 'Reduced to its most basic elements, discussions about the future sensibly should be predicated on what we desire socially and from that determine what technology is possible. All of us desire central heating, flush toilets, and electric lighting, but not at the expense of our humanity. Maybe they are all possible together, but maybe not.'
What about medicine?
Ultimately, anarcho-primitivism is all about healing - healing the rifts that have opened up within individuals, between people, and between people and nature, the rifts that have opened up through civilization, through power, including the State, Capital, and technology. The German philosopher Nietzsche said that pain, and the way it is dealt with, should be at the heart of any free society, and in this respect, he is right. Individuals, communities and the Earth itself have been maimed to one degree or another by the power relations characteristic of civilization. People have been psychologically maimed but also physically assaulted by illness and disease. This isn't to suggest that anarcho-primitivism can abolish pain, illness and disease! However, research has revealed that many diseases are the results of civilized living conditions, and if these conditions were abolished, then certain types of pain, illness and disease could disappear.
As for the remainder, a world which places pain at its centre would be vigorous in its pursuit of assuaging it by finding ways of curing illness and disease. In this sense, anarcho-primitivism is very concerned with medicine. However, the alienating high-tech, pharmaceutical-centred form of medicine practised in the West is not the only form of medicine possible. The question of what medicine might consist of in an anarcho-primitivist future depends, as in the Fifth Estate comment on technology above, on what is possible and what people desire, without compromising the lifeways of free individuals in ecologically-centred free communities. As on all other questions, there is no dogmatic answer to this issue.
What about population?
A controversial issue, largely because there isn't a consensus among anarcho-primitivists on this topic. Some people argue that population reduction wouldn't be necessary; others argue that it would on ecological grounds and/or to sustain the kind of lifeways envisaged by anarcho-primitivists. George Bradford, in How Deep is Deep Ecology?, argues that women's control over reproduction would lead to a fall in population rate. The personal view of the present writer is that population would need to be reduced, but this would occur through natural wastage - i.e., when people died, not all of them would be replaced, and thus the overall population rate would fall and eventually stabilise. Anarchists have long argued that in a free world, social, economic and psychological pressures toward excessive reproduction would be removed. There would just be too many other interesting things going on to engage people's time! Feminists have argued that women, freed of gender constraints and the family structure, would not be defined by their reproductive capacities as in patriarchal societies, and this would result in lower population levels too. So population would be likely to fall, willy-nilly. After all, as Perlman makes plain, population growth is purely a product of civilization: 'a steady increase in human numbers [is] as persistent as the Leviathan itself. This phenomenon seems to exist only among Leviathanized human beings. Animals as well as human communities in the state of nature do not proliferate their own kind to the point of pushing all others off the field.' So there's really no reason to suppose that human population shouldn't stabilise once Leviathanic social relations are abolished and communitarian harmony is restored.
Ignore the weird fantasies spread by some commentators hostile to anarcho-primitivism who suggest that the population levels envisaged by anarcho-primitivists would have to be achieved by mass die-offs or nazi-style death camps. These are just smear tactics. The commitment of anarcho-primitivists to the abolition of all power relations, including the State with all its administrative and military apparatus, and any kind of party or organization, means that such orchestrated slaughter remains an impossibility as well as just plain horrendous.
How might an anarcho-primitivist future be brought about?
The sixty-four thousand dollar question! (to use a thoroughly suspect metaphor!) There are no hard-and-fast rules here, no blueprint. The glib answer - seen by some as a cop-out - is that forms of struggle emerge in the course of insurgency. This is true, but not necessarily very helpful! The fact is that anarcho-primitivism is not a power-seeking ideology. It doesn't seek to capture the State, take over factories, win converts, create political organizations, or order people about. Instead, it wants people to become free individuals living in free communities which are interdependent with one another and with the biosphere they inhabit. It wants, then, a total transformation, a transformation of identity, ways of life, ways of being, and ways of communicating. This means that the tried and tested means of power-seeking ideologies just aren't relevant to the anarcho-primitivist project, which seeks to abolish all forms of power. So new forms of action and being, forms appropriate to and commensurate with the anarcho-primitivist project, need to be developed. This is an ongoing process and so there's no easy answer to the question: What is to be done?
At present, many agree that communities of resistance are an important element in the anarcho-primitivist project. The word 'community' is bandied about these days in all kinds of absurd ways (e.g., the business community), precisely because most genuine communities have been destroyed by Capital and the State. Some think that if traditional communities, frequently sources of resistance to power, have been destroyed, then the creation of communities of resistance - communities formed by individuals with resistance as their common focus - are a way to recreate bases for action. An old anarchist idea is that the new world must be created within the shell of the old. This means that when civilization collapses - through its own volition, through our efforts, or a combination of the two - there will be an alternative waiting to take its place. This is really necessary as, in the absence of positive alternatives, the social disruption caused by collapse could easily create the psychological insecurity and social vacuum in which fascism and other totalitarian dictatorships could flourish. For the present writer, this means that anarcho-primitivists need to develop communities of resistance - microcosms (as much as they can be) of the future to come - both in cities and outside. These need to act as bases for action (particularly direct action), but also as sites for the creation of new ways of thinking, behaving, communicating, being, and so on, as well as new sets of ethics - in short, a whole new liberatory culture. They need to become places where people can discover their true desires and pleasures, and through the good old anarchist idea of the exemplary deed, show others by example that alternative ways of life are possible.
However, there are many other possibilities that need exploring. The kind of world envisaged by anarcho-primitivism is one unprecedented in human experience in terms of the degree and types of freedom anticipated ... so there can't be any limits on the forms of resistance and insurgency that might develop. The kind of vast transformations envisaged will need all kinds of innovative thought and activity."
Fa sorridere oggi l'aggettivo feminist accompagnato da cooperative,communitarian,spontaneus,wild. Questi aggettivi sono mutuamente esclusivi se inquadrati in un'ottica tanto femminista quanto maschilista. La selva dei differenti femminismi (e dei corrispettivi maschilismi - fra loro antitetici) già testimonia il fallimento fondazionale del programma pro o anti femminista. Per fortuna oggi è almeno chiaro cosa debba intendersi per identità (e relativa antropologia) di genere. Ma c'è sempre chi chiude occhi e cuore.
Come matematico taoista non posso abbracciare estremismi quali il primitivismo emotivo.
"What kind of future is envisaged by anarcho-primitivists?
Anarcho-primitivist journal "Anarchy; A Journal of Desire Armed" envisions a future that is 'radically cooperative & communitarian, ecological and feminist, spontaneous and wild,' and this might be the closest you'll get to a description! There's no blueprint, no proscriptive pattern, although it's important to stress that the envisioned future is not 'primitive' in any stereotypical sense. As the Fifth Estate said in 1979: 'Let us anticipate the critics who would accuse us of wanting to go "back to the caves" or of mere posturing on our part - i.e., enjoying the comforts of civilization all the while being its hardiest critics. We are not posing the Stone Age as a model for our Utopia[,] nor are we suggesting a return to gathering and hunting as a means for our livelihood.' As a corrective to this common misconception, it's important to stress that that the future envisioned by anarcho-primitivism is sui generis - it is without precedent. Although primitive cultures provide intimations of the future, and that future may well incorporate elements derived from those cultures, an anarcho-primitivist world would likely be quite different from previous forms of anarchy.
How does anarcho-primitivism view technology?
John Zerzan defines technology as 'the ensemble of division of labor/production/industrialism and its impact on us and on nature. Technology is the sum of mediations between us and the natural world and the sum of those separations mediating us from each other. It is all the drudgery and toxicity required to produce and reproduce the stage of hyper-alienation we languish in. It is the texture and the form of domination at any given stage of hierarchy and domination.' Opposition to technology thus plays an important role in anarcho-primitivist practice. However, Fredy Perlman says that 'technology is nothing but the Leviathan's armory,' its 'claws and fangs.' Anarcho-primitivists are thus opposed to technology, but there is some debate over how central technology is to domination in civilization.
A distinction should be drawn between tools (or implements) and technology. Perlman shows that primitive peoples develop all kinds of tools and implements, but not technologies: 'The material objects, the canes and canoes, the digging sticks and walls, were things a single individual could make, or they were things, like a wall, that required the cooperation of many on a single occasion .... Most of the implements are ancient, and the [material] surpluses [these implements supposedly made possible] have been ripe since the first dawn, but they did not give rise to impersonal institutions. People, living beings, give rise to both.' Tools are creations on a localised, small-scale, the products of either individuals or small groups on specific occasions. As such, they do not give rise to systems of control and coercion.
Technology, on the other hand, is the product of large-scale interlocking systems of extraction, production, distribution and consumption, and such systems gain their own momentum and dynamic. As such, they demand structures of control and obedience on a mass scale - what Perlman calls impersonal institutions. As the Fifth Estate pointed out in 1981: 'Technology is not a simple tool which can be used in any way we like. It is a form of social organization, a set of social relations. It has its own laws. If we are to engage in its use, we must accept its authority. The enormous size, complex interconnections and stratification of tasks which make up modern technological systems make authoritarian command necessary and independent, individual decision-making impossible.'
Anarcho-primitivism is an anti-systemic current: it opposes all systems, institutions, abstractions, the artificial, the synthetic, and the machine, because they embody power relations. Anarcho-primitivists thus oppose technology or the technological system, but not the use of tools and implements in the senses indicated here. As to whether any technological forms will be appropriate in an anarcho-primitivist world, there is debate over this issue. The Fifth Estate remarked in 1979 that: 'Reduced to its most basic elements, discussions about the future sensibly should be predicated on what we desire socially and from that determine what technology is possible. All of us desire central heating, flush toilets, and electric lighting, but not at the expense of our humanity. Maybe they are all possible together, but maybe not.'
What about medicine?
Ultimately, anarcho-primitivism is all about healing - healing the rifts that have opened up within individuals, between people, and between people and nature, the rifts that have opened up through civilization, through power, including the State, Capital, and technology. The German philosopher Nietzsche said that pain, and the way it is dealt with, should be at the heart of any free society, and in this respect, he is right. Individuals, communities and the Earth itself have been maimed to one degree or another by the power relations characteristic of civilization. People have been psychologically maimed but also physically assaulted by illness and disease. This isn't to suggest that anarcho-primitivism can abolish pain, illness and disease! However, research has revealed that many diseases are the results of civilized living conditions, and if these conditions were abolished, then certain types of pain, illness and disease could disappear.
As for the remainder, a world which places pain at its centre would be vigorous in its pursuit of assuaging it by finding ways of curing illness and disease. In this sense, anarcho-primitivism is very concerned with medicine. However, the alienating high-tech, pharmaceutical-centred form of medicine practised in the West is not the only form of medicine possible. The question of what medicine might consist of in an anarcho-primitivist future depends, as in the Fifth Estate comment on technology above, on what is possible and what people desire, without compromising the lifeways of free individuals in ecologically-centred free communities. As on all other questions, there is no dogmatic answer to this issue.
What about population?
A controversial issue, largely because there isn't a consensus among anarcho-primitivists on this topic. Some people argue that population reduction wouldn't be necessary; others argue that it would on ecological grounds and/or to sustain the kind of lifeways envisaged by anarcho-primitivists. George Bradford, in How Deep is Deep Ecology?, argues that women's control over reproduction would lead to a fall in population rate. The personal view of the present writer is that population would need to be reduced, but this would occur through natural wastage - i.e., when people died, not all of them would be replaced, and thus the overall population rate would fall and eventually stabilise. Anarchists have long argued that in a free world, social, economic and psychological pressures toward excessive reproduction would be removed. There would just be too many other interesting things going on to engage people's time! Feminists have argued that women, freed of gender constraints and the family structure, would not be defined by their reproductive capacities as in patriarchal societies, and this would result in lower population levels too. So population would be likely to fall, willy-nilly. After all, as Perlman makes plain, population growth is purely a product of civilization: 'a steady increase in human numbers [is] as persistent as the Leviathan itself. This phenomenon seems to exist only among Leviathanized human beings. Animals as well as human communities in the state of nature do not proliferate their own kind to the point of pushing all others off the field.' So there's really no reason to suppose that human population shouldn't stabilise once Leviathanic social relations are abolished and communitarian harmony is restored.
Ignore the weird fantasies spread by some commentators hostile to anarcho-primitivism who suggest that the population levels envisaged by anarcho-primitivists would have to be achieved by mass die-offs or nazi-style death camps. These are just smear tactics. The commitment of anarcho-primitivists to the abolition of all power relations, including the State with all its administrative and military apparatus, and any kind of party or organization, means that such orchestrated slaughter remains an impossibility as well as just plain horrendous.
How might an anarcho-primitivist future be brought about?
The sixty-four thousand dollar question! (to use a thoroughly suspect metaphor!) There are no hard-and-fast rules here, no blueprint. The glib answer - seen by some as a cop-out - is that forms of struggle emerge in the course of insurgency. This is true, but not necessarily very helpful! The fact is that anarcho-primitivism is not a power-seeking ideology. It doesn't seek to capture the State, take over factories, win converts, create political organizations, or order people about. Instead, it wants people to become free individuals living in free communities which are interdependent with one another and with the biosphere they inhabit. It wants, then, a total transformation, a transformation of identity, ways of life, ways of being, and ways of communicating. This means that the tried and tested means of power-seeking ideologies just aren't relevant to the anarcho-primitivist project, which seeks to abolish all forms of power. So new forms of action and being, forms appropriate to and commensurate with the anarcho-primitivist project, need to be developed. This is an ongoing process and so there's no easy answer to the question: What is to be done?
At present, many agree that communities of resistance are an important element in the anarcho-primitivist project. The word 'community' is bandied about these days in all kinds of absurd ways (e.g., the business community), precisely because most genuine communities have been destroyed by Capital and the State. Some think that if traditional communities, frequently sources of resistance to power, have been destroyed, then the creation of communities of resistance - communities formed by individuals with resistance as their common focus - are a way to recreate bases for action. An old anarchist idea is that the new world must be created within the shell of the old. This means that when civilization collapses - through its own volition, through our efforts, or a combination of the two - there will be an alternative waiting to take its place. This is really necessary as, in the absence of positive alternatives, the social disruption caused by collapse could easily create the psychological insecurity and social vacuum in which fascism and other totalitarian dictatorships could flourish. For the present writer, this means that anarcho-primitivists need to develop communities of resistance - microcosms (as much as they can be) of the future to come - both in cities and outside. These need to act as bases for action (particularly direct action), but also as sites for the creation of new ways of thinking, behaving, communicating, being, and so on, as well as new sets of ethics - in short, a whole new liberatory culture. They need to become places where people can discover their true desires and pleasures, and through the good old anarchist idea of the exemplary deed, show others by example that alternative ways of life are possible.
However, there are many other possibilities that need exploring. The kind of world envisaged by anarcho-primitivism is one unprecedented in human experience in terms of the degree and types of freedom anticipated ... so there can't be any limits on the forms of resistance and insurgency that might develop. The kind of vast transformations envisaged will need all kinds of innovative thought and activity."
riflessioni critiche sul primitivismo
Estratto da http://www.anarchaos.org/2008/08/perche-il-primitivismo-senza-aggettivi-mi-rende-nervoso-di-lawrence-jarach/
Alcune riflessioni per una critica costruttiva del primitivismo nelle sue varie forme.
Naturalmente non sono di fede primitivista. Come potrei esserlo? Tuttavia Moore sembra cautamente propugnare un compromesso etico, ricordando che lo scopo non è replicare o ritornare al primitivo.
Alcune riflessioni per una critica costruttiva del primitivismo nelle sue varie forme.
Naturalmente non sono di fede primitivista. Come potrei esserlo? Tuttavia Moore sembra cautamente propugnare un compromesso etico, ricordando che lo scopo non è replicare o ritornare al primitivo.
L’anarco-primitivismo si oppone alla civilizzazione, il contesto in cui le varie forme di oppressione proliferano e diventano diffuse – e in effetti possibili… Lo scopo è di sviluppare una sintesi… tra gli aspetti dei modi di vita primitivi ecologicamente orientati, non statalisti, antiautoritari e tra le forme più avanzate dell’analisi anarchica dei rapporti di potere. Lo scopo non è replicare o ritornare al primitivo, bensì soltanto vedere i primitivi come fonte d’ispirazione, come forme esemplari di anarchia. – John Moore, A Primitivist Primer
Presentando una visione di un mondo senza l’ingombro di politiche gerarchiche e di dominio sulla vita umana e non umana da parte della tecnologia, l’anarco-primitivismo ha molto da contribuire a un discorso antiautoritario. Il valore analitico dell’anarco-primitivismo è che difficilmente qualche aspetto della cultura umana sfugge all’esame critico; dalle basi stesse dell’agricoltura e della produzione di massa fino alle interrelazioni fra questi fenomeni e le forme istituzionalizzate di gerarchia e dominio, molto poco è dato per scontato. Dove tradizionalmente gli anarchici hanno criticato le manifestazioni del pensiero gerarchico e dei rapporti sociali autoritari, gli anarco-primitivisti attaccano i presupposti che stanno dietro questo pensiero.
Gli anarco-primitivisti sono veloci nel rivolgersi al 99% dell’esistenza umana precedente l’avvento dell’agricoltura, il periodo del primato dell’economia di raccolta e caccia e del relativo accordo sociale. Questo primario modo di vita dell’uomo, caratterizzato dall’assenza di forme istituzionalizzate di potere, dimostra che qualcosa di radicalmente differente dell’attuale regime del capitalismo industriale transnazionale e delle sue politiche – di fatto un orientamento anarchico – non solo è possibile ma, dalla documentazione delle tracce, duraturo e ben riuscito. Inoltre, l’esistenza e la persistenza di queste culture anarchiche dimostra che lo sviluppo di un sistema economico gerarchico e predatorio non è né necessario né inevitabile.
Il comunismo, il sindacalismo, l’individualismo e il femminismo, tutti hanno anarchici che vi aderiscono in un modo o nell’altro. Ma senza “anarco” davanti queste ideologie sono delle mere variazioni di statalismo e autoritarismo. Il primitivismo non è diverso. La critica e il rifiuto del capitalismo industriale e della civilizzazione dominata tecnologicamente non è il monopolio di pensatori e attivisti antiautoritari. Alcuni che sono approdati al primitivismo sono partigiani della misantropia o di altre forme di dominio. Gli anarchici che sono interessati a estendere la rilevanza delle idee primitiviste devono allontanarsi da questi vicoli ciechi.
Il primitivismo autoritario
Il primitivismo autoritario disprezza l’esempio della caccia/raccolta; ritiene irrilevante questa forma di cultura. Sono più interessati alla sopravvivenza culturale dell’euro-americano non tecnologizzato. (Molti di Ecologia Profonda e la prima generazione di Earth First! prima degli hippie/redneck andavano a popolare questa categoria). Le società dei villaggi sedentari dei coltivatori e cacciatori celti, teutonici e/o normanni sono viste come modelli rilevanti. Il fatto che quelli avessero delle caste di guerrieri e il saccheggio come parti integranti della loro cultura pare non preoccupi i primitivisti autoritari; anzi, molti lo considerano eroico. Questo sistema predatorio porta direttamente all’ordine europeo feudale; sembra che i primitivisti autoritari vogliano rivitalizzare questo ordine sociale ed economico con loro stessi a capo dei loro feudi. Non sono interessati all’abolizione della divisione del lavoro o dello Stato; il loro modello richiede l’adesione alla filosofia de la forza fa diritto.
Questa tendenza è caratterizzata da una concezione mitica della terra; il bioregionalismo (l’idea che solo la flora e la fauna indigena appartengano al proprio ecosistema natio) è fatto per essere applicato anche agli esseri umani. I primitivisti bioregionalisti promuovono la cosiddetta appartenenza naturale e organica di un particolare popolo/nazione/etnia a un’area geografica particolare. Il populismo xenofobo e il razzismo nazionalista impliciti in una prospettiva simile è facilmente individuabile. È altrettanto facile vedere le similitudini tra il primitivismo autoritario e gli aspetti dell’ideologia nazista delvolksgemeinschaft e del blut und boden. Questo non significa che tutti i primitivisti siano cripto-fascisti, ma ci sono molte caratteristiche del primitivismo autoritario che sono condivise dal nazionalsocialismo.
Il primitivismo autoritario è caratterizzato anche dalla promozione dell’idea che c’è troppa gente al mondo rispetto alle poche risorse. Questa prospettiva si presume sia basata su analisi scientifiche. L’elevazione della Scienza (non l’empirismo, ma la credenza che la scienza sia una sorta di sforzo naturale e obiettivo, un metodo puro per giungere alla verità) a ideologia lascia irrisolte questioni molto più ampie. Presupposti politici e ideologici informano ogni scienza, e nessuna conoscenza è separabile dall’uso che per essa è previsto. Il campo della biologia non fa eccezione. Il Biologismo, la fede cioè nell’esattezza della biologia euro-americana, gioca un ruolo principale nelle peggiori manifestazioni di autoritarismo e di primitivismo volgare. Se l’assunto è che la moltitudine della gente tradizionalmente spossessata sia una minaccia per quella poca che possiede tanto, allora ogni scienziato – specialmente quello biologicamente determinista – fornirà la giustificazione logica al mantenimento di questa espropriazione.
Il mantra delle “troppe bocche da sfamare” è tanto vecchio quanto falso. La ricerca biologica non ha nulla a che fare con la distruzione deliberata di enormi quantità di grano per mantenere al massimo i profitti, con lo spreco dell’acqua e degli alimenti vegetali per mantenere l’industria della carne, o con i sussidi governativi all’industria casearia: queste sono tutte scelte politiche ed economiche. Ma ha completamente a che fare con il campo della modificazione genetica delle sementi, che pretende di nutrire le moltitudini ma è usata solo per massimizzare i profitti dei detentori dei brevetti di qualsiasi tipo di cibo Frankenstein ne risulti. Evidentemente la biologia non è una via neutrale per esaminare la vita. Così, il primitivismo autoritario si richiama alle dichiarazioni più reazionarie dei biologi neo-malthusiani come se fossero l’unico punto di riferimento valido. Siamo talmente presi da certi termini memorabili come “portata” che non analizziamo cosa “comporta” questa creatura. Non è la popolazione umana e non umana di un dato ecosistema; ovviamente è l’organizzazione attuale del capitalismo industriale e i profitti dei suoi beneficiari.
Il primitivismo volgare
Il primitivismo volgare può essere innanzitutto caratterizzato da un’idealizzazione romantica delle culture originarie. Da questo tipo di primitivismo possiamo sentire delle celebrazioni acritiche della cultura della raccolta/caccia come persone egualitarie e pacifiche che vivono senza alcuna divisione del lavoro, in totale armonia con loro stessi, tra di loro e con l’ambiente. È certo che in questo tipo di culture lo Stato non esiste, e raramente l’istituzionalizzazione della detenzione del potere che è quasi sempre distribuito orizzontalmente. Ci sono altri tipi di culture che condividono le stesse caratteristiche. Le culture di pastorizia possiedono animali domestici e attuano un’agricoltura su piccola scala e di sussistenza, e nemmeno loro hanno strutture di potere istituzionalizzate; questo tipo di cultura è sicuramente valida come oggetto di studio per le stesse ragioni che lo è quella della raccolta/caccia. Ma il primitivismo volgare ha poco interesse nei confronti delle culture di pastorizia e agricole su piccola scala. Questo è un uso selettivo (qualcuno potrebbe dire manipolatorio) della letteratura antropologica.
L’accusa mossa al primitivismo di voler tornare “indietro all’Età della pietra” è applicabile nella misura più grande al primitivismo volgare. Certi primitivisti proclamano con orgoglio che vogliono vivere davvero in questo modo, se vogliamo credere a molti articoli comparsi nella stampa anarchica oggi più diffusa. I più seri teorici del primitivismo che io conosco e dei quali ho letto i testi, perorano una vita più semplice e non industriale, con un minore impatto sull’ambiente; si interessano di permacoltura, toilet compost, cibi selvatici, autosufficienza e generalmente di una vita “oltre le inferriate”. Il livello tecnologico di una cultura del genere assomiglia moltissimo alla vita rurale dell’era precedente la rivoluzione industriale combinata con l’etica del “ritorno alla terra” del tardo XX secolo in America. Gli strumenti e i modi di produzione adoperati nel XVI secolo e fino agli inizi del XIX potrebbero essere del tutto appropriati per questo genere di vita. Questo modello si adatta bene anche all’idea di comunità locali, piccole e autonome, che si riuniscono in federazione o si aggregano in una rete – un modello anarchico tipico anche se non l’unico.
Anche il primitivismo volgare si ricollega al biologismo. Si può notare in qualche discorso primitivista riguardante la sovrappopolazione. Qui entra in gioco l’accusa antiprimitivista di una “moria di massa”, e il primitivismo più volgare è riluttante a rispondere a questa accusa, apparentemente perché non pensa che una “moria di massa” di esseri umani sarebbe poi tanto male. Per gli antiautoritari la misantropia inerente a questa prospettiva è un auto disfattismo. La misantropia arriva molto facilmente a prestare orecchio alle idee e alle pratiche autoritarie; se in genere le persone sono intrinsecamente stupide e distruttive, non è sensato avere una qualche guida illuminata a sovrintenderci in modo da non fare del male all’ambiente e a noi stessi? Questa è una delle menzogne basilari dell’autoritarismo. Inoltre, in questa misantropia generalizzata che vige nel bel mezzo del primitivismo c’è un’evidente contraddizione: come può il primitivismo volgare giustificare l’idea di un’implacabile deriva umana verso la distruzione se gli esseri umani hanno resistito così bene per centinaia di migliaia di anni – senza distruggere né il loro ambiente né loro stessi?
Quelli che dovrebbero essere direttamente responsabili per la distruzione dilagante del mondo naturale sono gli scienziati che ne (ri)costruiscono la struttura genetica, i capitalisti che traggono profitto dal suo sfruttamento e gli ideologi che giustificano il tutto. Questa è una piccola parte dell’umanità (sia storicamente sia oggi); anche se la maggior parte di quelli che abitano nel Nord del mondo beneficiano della continuazione di questo regime di distruzione, la responsabilità dovrebbe essere attribuita laddove c’è – presso coloro che creano e mantengono questo regime. I primitivisti discreditano sé stessi quando biasimano “l’umanità” (come se fossimo una sorta di piaga). Questo distrae l’attenzione dai veri colpevoli.
Il primitivismo volgare ha preso come una prova d’onore le accuse urlate al primitivismo da parte dell’antiprimitivismo. Quindi promuove l’idea reazionaria secondo cui ci sono troppe bocche da sfamare, e che una critica della tecnologia industriale significa necessariamente il ritorno a un’esistenza paleolitica. Sono degli anti-antiprimitivisti a riflesso condizionata con pressoché nessuna capacità di pensiero critico indipendente, né sembrano capaci di tracciare una loro strada tramite una discussione coerente di che cosa significhi attualmente rifiutare la società tecnologica.
Primitivismo anarchico
Un primitivismo anarchico auto cosciente ha bisogno di cominciare con un esame critico delle culture della raccolta/caccia che sono affrontate nei diversi studi etnografici. L’anarcoprimitivismo ha bisogno di mostrare che questo tipo di cultura è una guida teorica e filosofica valida per vivere senza la tecnologia industriale, il capitalismo e lo Stato.
Ci sono comunque molte questioni a cui è necessario rispondere quando si fa tanto affidamento alla letteratura antropologica. Quanto dell’etnografia è basato sulle interpretazioni (possibilmente idealizzate) degli antropologi che lavorano sul campo? Quanto è riconoscibile come anti autoritario il supposto egualitarismo dell’attuale cultura? È per noi riconoscibile la mancanza di violenza? I differenti campi di attività basati su sesso, età e capacità sono per noi riconoscibili come esempi positivi di assenza dello Stato e di cultura non gerarchica?
Cosa succede se le culture di caccia/raccolta non ci forniscono dei modelli completamente positivi di culture anarchiche? Cioè culture che un anarchico autentico riconoscerebbe come un bel posto in cui vivere? Se c’è poco o nessun riferimento alle etnografie delle culture di caccia/raccolta, viene a mancare la terra sotto i piedi alla critica primitivista? Probabilmente no; nessun serio anarcoprimitivista promuove un’emulazione acritica o un’adorazione delle culture di caccia/raccolta, di pastorizia o di quelle agricole su piccola scala. È necessario un esame critico di queste culture e dei vari modi con cui le persone di queste culture prevenivano ed evitavano la formazione di strutture istituzionalizzate di dominio e sfruttamento. Combinato con un’analisi anarchica altrettanto critica del banale sistema di capitalismo industriale tecnologizzato nel Nord e del regime di brutale accumulazione ed estrazione di risorse dal Sud, l’anarcoprimitivismo potrebbe diventare la struttura analitica più coerente per capire e combattere l’attuale tendenza di “globalizzazione”.
Per un anarcoprimitivismo anti-ideologico
Molti primitivisti aderiscono a idee tratte da una o più delle tre tendenze che ho identificato in questo testo. È di cruciale importanza per l’anarcoprimitivismo promuovere l’auto esame e una critica delle posizioni insostenibili assunte da parte di vari primitivisti. Quando certi primitivisti parlano di una relazione spirituale o viscerale con la terra, le piante e gli animali chi ci vivono, l’anarcoprimitivismo deve metterle in guardia sul rapporto che questo tipo di misticismo ha con le ideologie autoritarie. Se il primitivismo parla di sovrappopolazione e di “portata”, l’anarcoprimitivismo deve dare risalto alla natura reazionaria del malthusianesimo.
Allo steso modo se l’anti primitivismo accusa il primitivismo di essere in favore di una “moria di massa”, l’anarcoprimitivismo deve ricordare che sono le persone del Sud non ancora o parzialmente industrializzato (che gli antiprimitivisti, con condiscendenza, vogliono proteggere) che sopravviveranno a ogni collasso temporaneo o permanente del capitalismo industriale. Sono loro che possiedono le migliori risorse per sopravvivere a una tale disintegrazione. Infatti sarebbero quelli pienamente integrati nel e dipendenti dal capitalismo transnazionale euro-americano a soffrire quando i supermercati saranno vuoti e l’elettricità finita.
Un primitivismo anarchico con delle basi solide rifiuterà lo scientismo, il biologismo e l’abbraccio selettivo e acritico della ricerca antropologica sulle culture di caccia/raccolta. Rifiuterà anche la misantropia reazionaria che incolpa tutti gli uomini del dominio e dello sfruttamento portato avanti dai ricchi e dai potenti. Inoltre, rifiuterà l’umanesimo istintivo del liberalismo e del socialismo in favore di un equilibrio tra i bisogni attuali degli esseri umani e la conservazione e l’integrità del mondo naturale
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