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venerdì 27 settembre 2013

la cognizione del dolore direttamente dall'america

E' arrivato il testo critico della cognizione del dolore, direttamente da una biblioteca pubblica americana.
E' espressamente designato come withdrawn. Strane accadimentaggini dall'estero.



martedì 10 settembre 2013

pastrufazianate italiane

Come matematico puro e letterato non posso non citare carlo emilio gadda, ed in particolare la sua (incompiuta) opera da lui stesso preferita, la cognizione del dolore. Ora non tutti sanno che esiste - o meglio esisteva - una edizione critica commentata con appendice di frammenti inediti a cura di emilio manzotti, edita da einaudi nella collana gli struzzi, 328 (1987). Come i promessi sposi versione scolastica, ogni passo del romanzo è sezionato,contestualizzato e commentato. Cinquecentosettantotto pagine capaci di sviscerare l'intera pastrufazianità recondita. Meraviglioso.
Disponibile in biblioteca. Ma il sottoscritto lo vuole nella sua personale biblioteca. Ed ecco la novità. Einaudi l'ha sbattuto fuori catalogo. E allora? Cercare tra i libri usati. Niente. Ebay tace,pure. Non riesco a crederci. E alla fine dove lo trovo? In america. Prezzo? Poco meno di cinque euro. Fantastico. Sì, edizione italiana usata in una libreria americana. Immediato acquisto tramite carta di credito dell'unica copia disponibile. Trovo delirante il fatto che un editore decente come einaudi abbia messo fuori catalogo una tale opera, senz'altro degna di nota per la scuola italiana. Che dire, pastrufazianate italiane. E sia. Foto versione consunta biblioteca.

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Gentile Fabio Montanari,
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Articoli di:Better World Books
Titolo:La cognizione del dolore (Gli Struzzi) (Italian Ed
Autore:Carlo Emilio Gadda
Prezzo:EUR 5,02
Descrizione del libro:Former Library book. Shows definite wear, and perhaps considerable marking on inside. 100% Money Back Guarantee. Shipped to over one million happy customers. Your purchase benefits world literacy!

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l'anarchismo bakuniano

Estratto dal testo di Gianfranco Ragona, Anarchismo - le idee e il movimento (pagg.33-39).
Leggendo Bakunin appare chiaro come anch'egli non avesse compreso che il sentimento intuitivo e libero dell'agire rivoluzionario non appartiene ai proletari - con qualunque categoria storica essi vengano identificati - ma ai bambini cresciuti che non hanno dimenticato.

"Con il russo Bakunin appare sulla scena politica europea la più celebre,ammirata e,non di meno,contestata figura dell'anarchismo di tutti i tempi. Benché la sua opera non sia affatto sistematica,egli fu in grado di donare all'anarchismo un contributo ineguagliato sul piano ideale e organizzativo. Grafomane ma inconcludente,organizzatore instancabile ma spesso confusionario,Bakunin era in grando di emanare un'aura affascinante e carismatica,il che gli consentì di disseminare seguaci in ogni paese d'europa,così come di guadagnarsi le attenzioni di molte polizie,non solo del continente. Queste rivaleggiarono con i suoi più creduli ammiratori nel dar credito all'esistenza di innumerevoli leghe segrete,pronte ad assaltare i centri del potere alla prima occasione favorevole,che il più delle volte scaturivano dalla fervida fantasia del loro ispiratore. Foga polemica e brama d'azione si concretarono in una messe di lettere,indirizzi politici,opuscoli,al cui centro si colloca la celebre opera Stato e anarchia (1873),una sintesi incompiuta ma efficace,composta negli anni della vecchiaia,della sua pur disordinata dottrina. Ribelle romantico,in fuga dalla madrepatria,Bakunin si formò sull'idealismo classico tedesco,che conferì alla sua meditazione una dimensione realistica,com'era del resto successo al suo antagonista Marx. In tardà età,avrebbe guardato con occhio benevolo ma ironico a questa fase della sua formazione: "Chi non ha vissuto quell'epoca non potrà mai capire quanto fosse forte il fascino di quel sistema filosofico negli anni trenta e quaranta. Si credeva che quell'assoluto ricercato da sempre fosse stato finalmente trovato e spiegato e che lo si potesse comprare a berlino all'ingrosso o al minuto" (Bakunin,1873) . Bakunin tentò sempre di sotrarre le sue aspirazioni rivoluzionarie alla presa della metafisica,reputata incapace di cogliere e afferrare la veravita degli individui associati e di preparare l'emanicipazione generalizzata e popolare. L'idea dell'insurrezione,tuttavia,assunse in lui i contorni dell'atto palingenetico,una vera e propria rigenerazione del mondo e dell'uomo. Egli pensava dalla rivoluzione come a un continuum,capace di unificare,per esempio,le vicende parigine del giugno 1848 alla comune del 1871,e con ciò recuperava la concezione proudhoniana della "rivoluzione permanente", più tardi accolta e sintetizzata acutamente dall'anarchico tedesco Gustav Landauer in forma perferzionata e limpida (Landauer,1907) [...]  Correva il 1842 quando scoprì che "l'impulso alla distruzione è anche un impulso creativo" (Bakunin,1842), sancendo precocemente quel nesso inestricabile tra demolizione del vecchio ordine edificazione del nuovo che non avrebbe mai più accantonato. In tutte le diverse stagioni che attraversò,sin dal periodo del panslavismo,di cui fu esponente di spicco soprattutto negli anni rivoluzionari del 1848-1849, si dimostrò convinto che fosse necessario azzerare le strutture della società esistente, facendo tabula rasa delle istituzioni politiche,sociali e morali che perpetuavano la servitù dei singoli e delle masse diseredate, al fine di edificare un ordine all'insegna della libertà. Del resto,col tempo,credette di scorgere direttamente nelle masse quella passione per la distruzione:certo,si trattava di una passione negativa,e pertanto da sola non avrebbe potuto elevarsi a prassi rivoluzionaria,ma senza una preliminare opera di pulizia sociale,senza una forma di "distruzione salutare e feconda", nessun mondo nuovo avrebbe mai visto la luce. La distruzione si configurava come condizione necessaria ma non sufficiente. Contestando avant le lettre l'adagio del "tanto peggio tanto meglio", che in seguito il senso comune avrebbe tante volte attribuito all'anarchismo,Bakunin non riteneva che l'aggravamento della miseria e la disperazione delle masse potessero costituire condizioni soggettive della rivoluzione,ma reputava che potessero suscitare lo spirito di rivolta indispensabile per la grande trasformazione. In definitiva, i concetti di distruzione e di creazione si mantennero sempre in equilibrio,senza che uno prendesse il primato sull'altro:la rivoluzione coincideva con la distruzione in atto, e per edificare necessitava di "organizzazione". L'organizzazione doveva accompagnare l'impegno collettivo verso l'anarchia perché la società ideale non sarebbe nata da sé,per volontà della storia o del progresso o della natura. Bakunin,però,avversava l'organizzazione partitica,accettando soltanto la strutturazione di gruppi ristretti incaricati di portare cultura alle masse diseredate, non per guidarle ma per indirizzare le forze che periodicamente si scatenavano in rivolte,spontanee e disordinate,senza imporre schemi predeterminati in nomedi presunte leggi di sviluppo stabilite da qualche testa d'uovo o dirigente di partito. Il partito,in fondo,rispecchiava in miniatura lo stato stesso,con tutte le sue alienazioni e l'imposizione alle masse della volontà dei dirigenti.
Un'altra prova della disponibilità bakuniana ad accettare il principio dell'organizzazione si ritrova nella continua polemica contro il militarismo,cui il russo contrapponeva le virtù della violenza rivoluzionaria,appunto organizzata:"Per lottare contro una simile belva selvaggia bisogna possedere un'altra belva non meno feroce ma più giusta:la rivolta del popolo,la rivoluzione sociale che,allo stesso modo della reazione militare,non risparmierà niente e nessuno" (Bakunin,1873). Dietro tale prospettiva si celava una visione sdoppiata del principio organizzativo, che appariva un bene se era popolare e procedeva dal basso, un male se favoriva il verticismo. Il che svelava la sconfinata e ingenua fiducia di Bakunin nel fatto che i sentimenti profondi dei popoli fossero realmente e spontaneamente coincidenti con i solenni valori di libertà,eguaglianza e fratellanza. Del resto,ammettendo il caso opposto,cioè se la fiducia nell'uomo e nell'umanità si fosse rivelata mal riposta,e i popoli,i contadini,i reietti avessero nascosto in sé violenza e ansia di sottomissione e sfruttamento dell'altro,oppure accettando semplicemente un'antropologia laica (per cui l'uomo non è in sé nè buono né malvagio), l'intero edificio teorico si sarebbe sgretolato come un castello costruito sulla sabbia. Tuttavia sul punto Bakunin non sembrò mai nutrire dubbi: l'aggressività e la malvagità albergavano nello stato,che cresceva all'aumentare del suo grado di perfezionamento (come nella germania di Bismark). I rivoluzionari anelavano alla libertà,non già al potere,che negli scritti di Bakunin venne sottoposto a critica in ogni sua manifestazione,dalla politica alla famiglia. Nel complesso della sua meditazione,infatti,risultava cruciale proprio la critica del potere in sé e per sé : "Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione,perché siamo realmente nemici di ogni autorità,perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti sia coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi" (Bakunin,1873). [...] In aggiunta Bakunin attaccava gli intellettuali - un ceto solo apparentemente autonomo,in realtà un solido supporto del potere - e con essi contestava le scienze. Sul piano teorico, egli credeva fermamente che la natura precedesse sempre il pensiero, e quindi che non ci fosse alcuna necessità di una classe di scienziati incaricati di scoprirne le leggi di funzionamento obiettivo,per imporre poi alla società forme di governo dittatoriali legittimate per quella via. C'era in tali posizioni la ripulsa del positivismo,con il convincimento che nella spontanietà naturale dei popoli si potessero intravedere i contorni della futura organizzazione libertaria: l'ideale anarchico,in una parola, si trovava nel popolo,sicché la società ideale non sarebbe stata il frutto di alcuna operazione di ingegneria sociale,fosse pure all'insegna del più commovente umanitarismo,bensì l'esito della rinascita,della riscoperta di qualcosa che era profondamente radicato nello spirito dei popoli, assopito o conculcato,ma vivente e progressivo. Solo così,del resto,Bakunin poteva giustificare il rifiuto di ogni forma di elitismo che pretendesse di incarnare una presuntà volotnà generale: non di inventori aveva bisogno la rivoluzione sociale,bensì di sollecitatori; non di partiti,che riproducevano le dinamiche del potere per addrestrarsi a farsi stato,bensì di accompagnatori,capaci di risvegliare i popoli dando fuoco alle polveri della riscossa egualitaria e libertaria,in nome di valori e bisogni profondamente radicati nell'intimo di individui e gruppi asserviti a questo o quel potere artificiale. A differenza dei "marxisti", che - sosteneva - paventavano ogni rivolta che promanasse dal popolo,o da suoi settori specifici,in assenza della mediazione di un'elite di partito,gli anarchici facevano affidamento in special modo sui contadini,libertari "per natura". Il secondo piano su cui Bakunin svolse la sua polemica anti-intellettualistica era eminentemente politico. Osteggiando ogni ipotesi di rigenerazione sociale partorita dalla mente di qualche "chierico" isolato, e persuaso che la vita sociale del futuro non potesse essere indicata da nessuna scienza della società o della storia,l'attacco frontale alla pretesa dominatrice degli scienziati prendeva di mira il tanto avversato "socialismo scientifico": "Dalla sua stessa natura ogni scienziato è portato verso ogni sorta di perversione intellettuale e morale e suoi vizi capitali sono l'esagerazione delle proprie conoscenze,della propria intelligenza e il disprezzo di tutti coloro che non sanno" (Bakunin,1873). In parole come queste si può riconoscere la veemente critica del cosiddetto socialismo autoritario,argomentata anche con dichiarazioni antisemite,rivolte sia al socialista tedesco Ferdinand Lassalle sia a Marx. Il problema,naturalmente,riguardava lo stato:se il proletariato organizzato in partito avesse conquistato il potere,sopra chi avrebbe dominato? Marx avrebbe risposto:sui controrivoluzionari e sulle classi spodestate (aristocratici e borghesi); per Bakunin invece la scuola marxista non pensava al governo del proletariato,bensì al governo di una minoranza organizzata (il partito) che fatalmente avrebbe riproposto i meccanismo tradizionali del potere in forma subdola, perché ammantati dall'ideologia scientifica. Si sarebbe così creata una "aristrocrazia nuova", che avrebbe esercitato una dittatura permanente: del resto,pensava Bakunin,se lo stato fosse davvero popolare,perché sopprimerlo? Egli,perciò,si faceva beffe della dialettica mezzi-fini propagandata dal socialismo scientifico:"l'anarchia o la libertà sono il fine,lo stato o la dittatura sono il mezzo. E così per emancipare le masse popolari si dovrà prima di tutto soggiogarle" La dittatura, al contrario, non avrebbe mai condotto alla libertà, non avendo altro fino che la propria perpetuazione: "La libertà può essere creata solo dalla libertà ovvero dalla rivolta di tutto il popolo e dalla libera organizzazione delle masse dei lavoratori dal basso in alto" (Bakunin,1873).

sabato 7 settembre 2013

il poeta beato

Recentemente un mio amico, roberto zaccaria, laurea in filosofia, ha pubblicato la sua prima opera, una raccolta di poesie, il cui titolo è il poeta beato. Segue una mia personale scelta dalla raccolta.

passi rincorsi

lasciano un fondo questi passi gelati
sul freddo dell'inverno.
Si sentono alitare nel viso
da personaggi misteriosi,come ignoti.
Nella solitudine di quel viale imboccato
avvertono ancora la pesantezza posteriore,
invece davanti solo il vuoto.
Non si tratta di ansia e paura,
unico loro desiderio era muoversi nell'incognito
del freddo e del buio,
senza lasciare prove di esistenza.
Ed ora eccoli là,
accompagnati,respirati,rincorsi,
privi per sempre della loro libertà.

destino prossimo

Nell'anno presto
faranno luce
mostri incolumi,
rei d'esser nati
e rei d'aver posseduto
altri mostri a volerli
come prole.



domenica 1 settembre 2013

sito e-book free

Scartabellando per i siti ho trovato questo sito contenente diverse centinaia di e-book tutti free.
Indovinate chi c'è in particolare. (http://ge.tt/1r51ejc)

sabato 31 agosto 2013

bambini e medioevo

"[...] Di fatto,statisticamente,abbiamo visto che ci sono molti bambini,forse troppi nelle famiglie al limite della sottoalimentazione,dove la madre,nonostante temporanee amenorree,resta a lungo feconda. Va anche ricordata la spaventosa mortalità infantile che miete forse un terzo dei bambini nei cinque primi anni di vita; [...] Il livre des Manières prende come esempio la contessa di Hereford,ma lo studio delle genealogie o delle famiglie di re o di mercanti che possediamo - dai Capetingi al mercante di Limoges Etienne Benoist -, l'esplorazione dei cimiteri,ce ne hanno dato la triste certezza. Il numero dei figli, il fatto che essi siano spesso dei "morti in sospeso" (R. Fossier) , hanno attenuato l'amore paterno e materno? Filosofi,storici dell'arte o delle idee hanno segnalato da un pezzo il fatto  che il Medioevo pareva caratterizzato da una grande "indifferenza al bambino": le numerosissime rappresentazioni di Gesù sono infatti prive di espressione,buttate giù alla meno peggio,simboliche; gli angeli, prima della comparsa dei putti del Rinascimento,sono dei piccoli adulti con le ali. Ben pochi artisti o scrittori hanno pensato a osservare e rappresentare i bambini com'erano in realtà. Quanto al vocabolario concernente la prima infanzia, non è, per lo meno in francese,molto preciso. Si parla di bambino piccolo (petit enfant), ma l'espressione ragazzo (jeune infant) designa l'adolescente non sposato; il termine bambino (enfant) si applica in genere a chi ha meno di 13-15 anni, che è la maggiore età nel diritto germanico. Si può tuttavia dedurne che l'amore paterno e materno non esiste e che bisogna attendere l'inizio del Rinascimento perché il bambino abbia diritto di cittadinanza nella società medievale? E' probabile che il sentimento provato per il bambino abbia subito,nell'espressione,le stesse costrizioni dell'amore coniugale,costrizioni che frappongono altrettante cortine alle indagini dello storico. Viviamo in una società che,per lo meno nell'ambito popolare,essenziale sul piano qualititativo,è avara di espressioni scritte. Poche parole descrivono l'amore,ma l'amore esiste,evocato tra le righe dei documenti di cui non era il fine principale,come i documenti giudiziari. Così, nel caso di quell'uomo che,colpevole di infanticidio accidentale,si scioglie in lacrime e si impone una severa penitenza, o di quell'altro che ruba per impadronirsi della somma necessaria per la sepoltura del suo bambino in terra cristiana. Bisogna dunque diffidare dei moralisti o delle rappresentazioni stereotipate dell'arte:le loro immagini sono deformanti e bisogna dire,con P. Riche,che "il bambino medievale è ancora uno sconosciuto la cui storia è tutta da scrivere". Tuttavia è già possibile individuare qualche testimonianza del sentimento che si nutriva per l'infanzia. Eccellenti genitori dichiarano che molto ("buoni frutti") aspettano dai figli "quando saranno grandi" e probabilmente considerano la loro infanzia  come una brutta fase da superare [sic]. Filippo da Novara, che mostra anche lui come l'amore per i suoi figli cresca via via che si fanno grandi,ci dice crudamente che "i bambini piccoli sono sporchi e noiosi durante la prima infanzia e così cattivi e capricciosi quando sono un po' grandicelli,che non se ne alleverebbero se non ci fosse l'amore che dio ci ha dato per loro [sic]". Abbiamo delle prove che i bambini erano desiderati. Mahieu su fa beffe di tutti quelli - e sono tanti - che si sposano per averne e perpetuare il loro nome. Il Livre des Manières ci dice in forma commovente: "E' bello avere bambini" e le riserve che ingenuamente fa nei loro confronti sono per noi molto interessanti, perché egli mostra come la gente rubi,s'indebiti,non paghi la decima,si logori lavorando fino alla morte per i figli "delle cui carezze va pazza". Sidrac avverte gli uomini di non amar troppo i loro bambini, perché molti li amano più che se stessi,e Filippo di Novara ci mostra come Dio abbia privilegiato i piccoli,che amano e riconoscono colei che li ha nutriti del suo latte,che sono oggetto di amore e di pietà per chi li alleva. In tali condizioni,le nascite e le prime settimane di vita sono causa di grandi gioie. Certo, troppo spesso,il bambino non è vitale,muore in breve tempo,oppure,nato deforme,e in questo caso considerato un castigo del cielo,rischia o di essere soppresso - pratica corrente in epoca merovingia e ancora abituale in Norvegia nel secolo XII [sic] -, o di essere esposto di notte alla porta di una chiesa,accanto ai piccoli bastardi. Talvolta anche, stando ai penitenziali,il bambino non desiderato viene soffocato dalla giovane madre nel letto dove riposa accanto a lei [sic]; questo soffocamento di bambino,se si arrivava a provarlo, era severamente punito. Ma nel caso che si spera fosse il più frequente,le matrone che assistono la madre lavano con cura il neonato,lo fasciano strettamente e lo depongono nella picolla cesta mobile dove sarà spesso cullato. Ci si occupa immediatamente di farlo battezzare,per assicurargli il paradiso in caso di precoce scomparsa,e la chiesa un po' alla volta ha accettato di celebrare la cerimonia al di fuori dei periodi che le erano un tempo riservati: la pasqua, il natale,o san Giovanni; il battesimo può dunque aver luogo nei tre giorni che seguono la nascita. Questa festa solenne,anche presso i poveri,riunisce parenti e amici intorno ai padrini e alle madrine, che aiutano a immergere il candidato,vestito di una veste bianca,nel fonte battesimale - l'attuale rito dell'infusione compare solo alla fine del medioevo. E' in questo momento che si danno al bambino i suoi nomi e che lo si affida ai santi eponimi e all'angelo custode. Poi gli adulti vanno a mettersi a tavola per un banchetto e depositano i regali che hanno portato. Lo studio dei giochi e dei trattati di pedagogia attesta l'attenzione che si rivolgeva ai bambini; si lasciano giocare agli allossi,alla trottola,alla bambola,a carte,alla guerra,come faceva Duguesclin con ragazzacci della sua età. L'adulto deve correggerli quando sono molto piccoli, "piegare la verga finché è fragile e tenera" (perché dopo si romperebbe), non esitare a rimproverare,poi a picchiare,anche se piangono,perché sono violenti e tendono a fare un monte di cose disdicevoli,rubare,bestemmiare [sic]. Si insegneranno loro prima di tutto due comandamenti di dio: amare dio e amare il prossimo; poi,quanto prima sarà possibile, un mestiere. I due più belli sono quelli di chierico (perché niente vieta a priori di diventar prelato,santo o papa) e di cavaliere. Bisogna avviarli prestissimo; nell'alto medioevo ai monasteri,che sanno perfettamente allevarli,si affidano dei bambini; ancora nel secolo XII Suger ha cominciato a 5 o 6 anni. I futuri cavalieri cominciano ad esercitarsi dai 7 o,al più tardi dai 10 anni in poi. A Firenze, al principio del quattrocento, si collocano le bimbette di 8 anni presso un padrone,e lì vengono "dimenticate" [sic]; il ragazzo in apprendistato alla medesima età continua ad abitare molto spesso presso i genitori e ci torna quando si sposa; dai 13 anni in poi ragazze e ragazzi sono considerati adulti e,se sono indipendenti,possono sposarsi. Insomma i bambini nella società cristiana sono in parte protetti; gli aborti,gli infanticidi,le pratiche contraccettive presso gli sposi sono peccato mortale punito e represso,e si raccomanda la continenza durante le mestruazioni,per evitare di procreare bambini mostruosi [sic], durante la gravidanza,per evitare di ledere o di schiacciare l'embrione, e durante l'allattamento perché si pensa che il latte materno sia formato dal sangue mestruale e che una fecondazione metterebbe in moto questo sangue portando la morte del lattante [sic]. Esiste dunque un amore del bambino. Ma in parte è falsato dalla durezza delle condizioni materiali:morti numerose e precoci,preoccupazione di assicurare una produzione futura in poco tempo. Per via della brevità della vita le attività produttive cominciano molto prima che ai giorni nostri e ancor prima finiscono." (Robert Delort, la vita quotidiana nel medioevo, pagg. 90-93)

domenica 25 agosto 2013

Tolstoj e istruzione pubblica

"Nell'ottobre 1854 Tolstoj, insieme ad altri ufficiali d'artiglieria,aveva progettato un periodico militare; ma il ministro della guerra negò il permesso di pubblicarlo. Tolstoj si rivolse allora alla rivista "Sovremennik", proponendo di inviare corrispondenze mensili da Sebastopoli - sue e degli altri ufficiali che avrebbero dovuto collaborare al periodico progettato. Il direttore di "Sovremennik", Nekrasov,accettò di buon grado:ma nel frattempo gli altri ufficiali si erano disinteressati all'idea, e Tolstoj si mise al lavoro da solo. Cominciò a scrivere il primo racconto il 27 marzo 1855 (stando al diario), a Bel'bèk,dove era di stanza con la sua batteria - a pochi chilometri dalla cinta di Sebastopoli. Il 29 marzo fu trasferito a Sebastopoli,e lì ultimo il racconto, il 25 aprile - nel culmine d'un suo periodo di fervore patriottico-militaresco. Il racconto fu subito inviato a Pietroburgo,al "Sovremennik", che lo pubblico al numero sei,due mesi più tardi,con le sole iniziali dell'autore, e con una nota in cui la redazione esprimeva il proprio compiacimento per l'occasione di pubblicare una corrispondenza di guerra di "questo scrittore,che in tutto il nostro pubblico ha saputo suscitare tanta simpatia e curiosità nei propri riguardi,con le sue precedenti opere: infanzia,adolescenza,l'incursione e memorie d'un marqueur". Qualche settimana prima della pubblicazione,il testo fu inviato da un redattore del "Sovremennik" allo zar Alessandro II, che se ne dichiarò entusiasta e ne ordinò l'immediata traduzione in francese (apparsa prima della pubblicazione in russo,sul quotidiano di Bruxelles, "Le Nord", 7 luglio 1855)" (note ai testi, tutti i racconti di Lev Tolstoj, volume primo,a cura di Igor Sibaldi, i meridiani collezione; pagg.1180-1181).

Bisogna dunque essere al momento giusto nel luogo giusto? Infervorati d'un certo patriottismo? Vedersi spedire il manoscritto - senza volerlo -  direttamente ad un capo politico? (ieri uno zar, oggi non saprei dire; potrei citare un certo popolo ciellino infervorato per il proprio idolo che telefona, come una persona normale, "uno di noi" - ad una pecorella del gregge). Così, evidentemente Tolstoj - che avrebbe rinnegato il suo patriottismo per un infervorato anarchismo religioso (sarà scomunicato dal sinodo ortodosso e mai ritratterà, nonostante gli appelli fino a poco prima della morte) - ne esce vincitore ma "[...] A Pietroburgo [novembre 1855],frequenta la redazione del "Sovremennik" e vari clubs,ove fa la conoscenza con l'intellighenzia più illustre dell'epoca:scrittori,poeti,direttori di riviste,critici [...] Tutti sono curiosi di conoscere Tolstoj,nuovo e già indubbio talento delle lettere russe; e i più lo trovano antipatico,vanaglorioso,grossolano" (ibid., cronologia opere, pag. LXXXVIII)
Dunque uno zar innamorato di un personaggio giudicato "antipatico,vanaglorioso e grossolano" da una sequela di personaggi rilevanti dell'intellighenzia russa? Interessante. Apprendo, sempre dalla cronologia delle opere, altre curiose accadimentaggini: nel settembre 1874 le "Otecestvennyja zapiski" pubblicano il suo saggio "Sull'istruzione pubblica" la cui tesi centrale è che l'istruzione può essere attuata con reale profitto oer gli allievi unicamente se la si fonda su una indispensabile libertà dell'apprendimento - gli allievi devono essere liberi di scegliere cosa studiare e cosa no, e il docente deve adattarsi alle loro scelte - e che,di conseguenza,l'attuale sistema scolastico è inutile e controproducente. Nel 1872 scriveva "A proposito di questo Abbecedario: il mio ambizioso sogno è questo, che per due generazioni tutti i bambini russi,tanto quelli della famiglia imperiale quanto quelli dei muziki,si formino su questo libro,ne traggano le loro prime impressioni poetiche e io che l'ho scritto possa morire in pace" (lettera a nonna Aleksandrine,primo gennaio 1872). Sul carattere assurdo della scuola, giudizio profetico. Sottoscrivo. Ma non comprendo la necessità di scrivere un abbecedario comprensivo, financo esaustivo; mi sovviene l'analoga opera - insulsa dal punto di vista didattico - del defunto Bourbaki, tanto folle da voler desiderare il fondare l'intera matematica partendo dalle sue basi. Uscito nel novembre 1872, l'Abbecedario di Tolstoj sarà stroncato dalla critica "come opera pedagogicamente inutile,destinata all'oblio. In realtà,nelle sue varie edizioni,l'Abbecedario sarà - con più di un milione di  copie vendute - uno dei maggiori successi tolstoiani" (ibid. cronologia, pag. XCVI). Dalla cronologia emerge un valor medio umano, mi si permetta l'espressione, nullo.

venerdì 23 agosto 2013

etnopsichiatria,dsm,psicofarmaci:alcune avvertenze per l'uso

Estratto da un testo interessante; leggere e meditare, soprattutto le parti in grassetto (scelte dal sottoscritto, per intenderci).

"[...] Rispetto alle classificazioni precedenti, le novità introdotte nei DSM sono di rilievo. Analisi statistiche accurate hanno permesso di fissare criteri che consentono di includere o escludere soggetti nei vari gruppi; è stato adottato un sistema multiassiale,e cioè la possibilità di osservare e classificare i fenomeni clinici da più prospettive contemporaneamente,elencando le osservazioni diagnostiche su assi diversi (per esempio:sindromi cliniche,disturbri di personalità e sviluppo,disturbi fisici ecc.) e,soprattutto,è stato adottato un approccio che si definisce "ateoretico". Quest'ultimo punto è di particolare interesse. Nell'intenzione dei classificatori si trattava di adottare,visto che gli specialisti hanno pareri tanto diversi,a volte addirittura diametralmente opposti circa la natura dei fenomeni osservati, un approccio non causale,ma descrittivo; che non comportasse cioè ipotesi teoriche forti (come teorie eziologiche o prognostiche, o indicazioni sulle terapie più appropriate). Ciò portò, per esempio, alla scomparsa della parola "nevrosi" (che implicava,depositati nel corso della sua storia,sia impliciti descrittivi sia eziologici e terapeutici) e alla sostituzione della parola "malattia" con quella,meno impegnativa dal punto di vista epistemologico,di "disturbo". Solo così, adottando un sistema classificatorio più debole ma più vicino alla reale conoscenza dei fenomeni,ateoretico e perciò compatibile con teorie molto diverse tra loro,è stato possibile conciliare schieramenti fino ad allora opposti: come psichiatri a indirizzo neurobiologico e psichiatri e psicologi a indirizzo psicodinamico-psicoanalitico e cognitivo. I creatori di questo sistema erano ben consapevoli della sua inconsistenza. Le diagnosi emerse dai DSM non vengono infatti considerate da chi ha costruito i manuali reali e definitive, ma solo probabili e un particolare coefficiente, il coefficiente K,indica il grado della loro attendibilità emerso dagli studi statistici. La media del coefficiente K nel DSM è di 0.64, il che significa che solo il 64% dei clinici si sono trovati d'accordo sulle diagnosi da attribuire,all'insaputa l'uno dell'altro,agli stessi pazienti; e ciò nonostante gli addestramenti subiti per favorire l'uniformità delle loro diagnosi. [...] I DSM si sono imposti come soluzione pragmatica, quella che più consentirebbe di avanzare nella ricerca (soprattutto farmacologica) in psichiatria. Oggi costituiscono,soprattutto nei paesi più ricchi,la nosografia di riferimento, mentre l'ICD dell'organizzazione mondiale della sanità è ancora diffusa nei paesi poveri,dove la sanità è gestita,più che da logiche economiche e produttive,da interventi statali e da aiuti internazionali; [...] Per ciò che riguarda in particolare melanconia e depressione, la compatibilità tra i due sistemi è totale, e le carte di flusso (gli "alberi decisionali") che ne derivano conducono passo passo medici e psichiatri verso gli stessi comportamenti prescrittivi. La carta di flusso costruita a partire dal DSM-IV (albero decisionale per l'umore depresso: cfr. First,Frances e Pincus, 1995 pp. 48-53) orienta il curante verso la diagnosi. Se il paziente lamenta un "umore depresso" e/o i suoi familiari lo considerano depresso (per esempio perché è diventato più lamentoso; ma nei bambini e adolescenti può colpire invece un aumento dell'irritabilità), il medico deve prima di tutto escludere che si tratti degli effetti di una malattia d'organo o sistemica in incubazione o in atto (come una epatite o una infezione virale) o degli effetti diretti di una sostanza (per esempio farmaci,come gli ansiolitici e gli antipertensivi; o sostanze tossiche, assunte per abitudine o casualmente). Se questo non è il caso,e se da almeno due settimane c'è umore depresso,perdita di interesse e altri sintomi associati,se non ci sono sintomi maniacali o ipomaniacali che orientino verso forme cliniche, o altri sintomi psichici che facciano pensare a diverse forme psicopatologiche, allora il medico deve impegnarsi a produrre una diagnosi differenziale tra un disturbo depressivo maggiore (se sono riscontrabili episodi depressivi maggiori) e disturbro distimico (se non ci sono episodi depressivi maggiori, ma umore depresso per la maggior parte dei giorni per almeno due anni con sintomi associati). Se invece il medico riscontra un umore depresso clinicamente significativo non incluso negli esempi precedenti, se esso si manifesta dopo la morte di una persona cara,o in risposta ad altri fattori psicosociali di stress,allora potrà diagnosticare o un lutto accentuato, o un disturbo dell'adattamento con umore depresso,o un disturbo depressivo non altrimenti specificato [...] Credo che il procedimento diagnostico descritto dia chiara l'idea di come è stato costruito: a partire dai sintomi manifestati,si possono riunire i pazienti in gruppi attraverso una analisi statistica fattoriale. E' possibile così definire le caratteristiche delle varie sindromi e i criteri per diagnosi di probabilità che non implicano però alcuna teoria sulle origini,le cause,il senso dei disturbi stessi. La fragilità di questo impianto diagnostico e differenziale, che contrasta con la solidità di quelli costruiti in altri settori della medicina e con l'imponenza delle risorse impegnate [...] si evidenzia ancor più quando si applichi questa nosografia alla clinica. I clinici non possono non sottolineare quanto sia già difficile operare nette delimitazioni tra i disturbi dell'umore e altri (per esempio quelli "schizofrenici" o "somatoformi"); e ancor di più, all'interno del campo dei disturbi dell'umore stessi. Qui, il polimorfismo clinico e l'abbondanza e varietà delle forme intermedie finiscono per contraddire perfino un impianto classificatorio tanto lasso. Molti specialisti considerano ormai le classificazioni dei fenomeni depressivi non corrispondenti a reali entità distinte, ma a discontinuità aribtrarie operate dai classificatori su uno "spettro" di fenomeni dal quale emergono condensazioni statistiche attorno a configurazioni particolari e transitorie che si creano per ragioni in gran parte sconosciute o non esplorate. Alle estremità di questo spettro stanno due categorie del DSM-IV: la "normale tristezza quotidiana" e l'episodio depressivo maggiore, eventualmente con melanconia. Alla debolezza di un simile impianto classificatorio corrisponde una pratica clinica che spesso e volentieri ne fa addirittura a meno, in cui le "diagnosi" sono poste ex juvantibus, dato che "non sono stati ancora identificati validi indicatori clinici o biologici di risposta ai differenti trattamenti:la condotta terapeutica è per lo più basata su tentativi ed errori; il clinico tende sovente ad utilizzare in maniera sequenziale farmaci con meccanismi di azione differenti,ad esempio passando da un triciclico bloccante il re-uptake della serotonina ad uno ad azione selettiva su quello della noradrenalina,oppure dal litio agli anticonvulsionanti (Cassano,1993)" La scelta del farmaco antidepressivo dipende in pratica dall'effetto specifico che ciascuno di essi ha su alcuni sintomi,e per questo la distinzione che orienta nei fatti la scelta farmacologica del medico e dello psichiatra è tra forme depressive accompagnate da ansia importante, oppure da rallentamento,o da agitazione,o da disturbi dell'alimentazione,o da sintomi psicotici; e non certo quella proposta dalle nosografie ufficiali,utilizzate piuttosto per la sperimentazione farmacologica. Non solo: a sottolineare ancor più l'artificiosità della classificazione,le condensazioni statistiche e addirittura le diagnosi sono guidate in realtà dall'azione dei farmaci: "L'ampio spettro dei farmaci antidepressivi ha progressivamente dilatato la categoria diagnostica di depressione,includendo in essa espressioni meno tipiche e quadri derivanti da comorbidità tra patologia affettiva e altre condizioni..la tassonomia,e quindi la terminologia adottata per i disturbi dell'umore ai nostri giorni,in assenza di riferimenti etiopatogenetici,ha come principale validatore esterno la risposta al trattamento farmacologico (Cassano,1993)" In altri termini il fondamento teorico di questa nosografia è il seguente:sono depressi coloro che reagiscono agli antidepressivi;sono antidepressive quelle sostanze che curano i depressi. Ma se le cose stanno così, se non ci sono dietro queste categorie oggetti "naturali", cosa genera questa girandola di nomi,di distinzioni,di scoperte continue di "nuove malattie"? Come vedremo più avanti, è la dinamica di invenzione dei farmaci (questi sì, oggetti reali) a generare simili classificazioni, parte integrante della loro fabbricazione. Tutto ciò porta in primo piano l'importanza dell'azione dei farmaci e della dinamica che li inventa e produce;non solo per ciò che il loro effetto può dirci sulla natura di questi disturbi,ma anche per il loro potere di determinare,confermare,smentire o sembrare i gruppi diagnostici (e quindi le teorie e le categorie nosologiche) costruite dai classificatori" (Piero Coppo, le ragioni del dolore;estratti pagg.59-63)




martedì 13 agosto 2013

curare i gay?

Ancora un adolescente si suicida perché osteggiato nella sua scelta di genere sessuale, ovvero omosessuale. Ogni volta che leggo questi assurdi accadimenti si consolida l'idea di una scelta politica di genere bisessuale. Non c'è scelta, pena la caduta in un baratro razzista ed omofobo, un odio di genere che consuma le persone incapaci di amare la diversità. Voglio sottolineare come la violenza di genere sia un fenomeno tipicamente religioso (ovvero legato a credenze sottese a ideologie di tipo religioso; non necessariamente cattoliche) se si escludono finalità politiche (ad esempio certi elementi leghisti in parlamento che offendono, apostrfoandoli come "sodomiti", i parlamentari di sinistra ecologia e libertà; ogni riferimento alla cronaca recente è puramente intenzionale..). In attesa del dibattito che ho pianificato con un amico integralista cattolico (dichiaratamente convinto che l'omosessualità sia una malattia) ed un amico vegano ateo (che suppongo moderi l'animata discussione), segnalo il testo che dà il titolo a questo post: curare i gay?  Oltre l'ideologia riparativa. Paolo Rigliano,Jimmy Ciliberto,Federico Ferrari. Raffaello cortina editore, 20 euro.


"Per capire l'attacco portato dai fondamentalisti all'esistenza omosessuale,bisogna tener presente alcune peculiarità che la connotano in modo radicale. Proprio grazie alla strategia di non considerare queste caratteristiche uniche, i terapeuti riparativi rafforzano un sistema di oppressione sociale già esistente, giustificandone i pregiudizi e le minacce di un destino di autodegradazione e di disperazione. Sembrano volere così,da un lato,aumentare in modo subdolo le difficoltà e la vergogna che portano alla dissimulazione e all'autodistruzione. Dall'altro,alimentare un meccanismo d'imputazione della colpa,sia all'interno del soggetto sia nel suo contesto familiare. Soprattutto si prefiggono di impedire ogni visione differente da quella negativa del senso comune e ostacolare, così,la possibilità di esistenze liberate da ogni stigma e impedimento." [Estratto pag 17]

E ancora: “I ragazzi e le ragazze che si scoprono omosessuali, così come le loro famiglie, sono spesso privi di conoscenze e spesso incontrano psicologi che sfruttano questa ignoranza per imporre la loro visione, limitata dalle credenze religiose. Il nostro libro nasce nell’intento di far aprire gli occhi su questo approccio sbagliato, dannoso per il benessere delle persone coinvolte”


giovedì 29 dicembre 2011

Etica di Bonhoeffer

Avevo già sentito parlare del teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer. Qui riporto un estratto del primo capitolo della sua etica [cristiana] che mi lascia alquanto perplesso.

"[...] Questa mutua appartenenza di dio e del mondo fondata in cristo,che non ammette alcuna delimitazione statico-spaziale,non elimina però la distinzione tra la comunità e il mondo. Si tratta quindi di vedere come tale distinzione vada pensata senza ricadere negli schemi spaziali. Qui bisogna consultare direttamente la bibbia ed essa ha pronta la sua risposta. Il mondo, così come tutta la creazione,è creato mediante cristo e in ordine a cristo e soltanto in lui sussiste (Gv 1,10 ; Col 1,16). Parlare del mondo senza cristo è una vuota astrazione. Il mondo sta in relazione a cristo, lo sappia o no. Tale sua relazione con cristo diventa concreta in determinati mandati di dio nel mondo. La scrittura menziona quattro di tali mandati: il lavoro,il matrimonio,l'autorità,la chiesa. Parliamo di mandati divini anziché di ordinamenti divini perché così risulta più chiaro il carattere di incarico affidato da dio rispetto a quello di una determinazione ontologia. Dio vuole nel mondo il lavoro,il matrimonio,l'autorità e la chiesa e vuole tutto ciò mediante cristo,in ordine a cristo e in cristo, ognuno a suo modo. Egli ha posto gli uomini sotto tutti questi mandati, non solo ogni singolo sotto l'uno o l'altro di essi,bensì tutti gli uomini sotto tutti e quattro. Non è quindi possibile ritirarsi da una "sfera mondana" in una "spirituale", ma esiste solo un esercizio della vita cristiana sotto quei quattro mandati di dio. Né è possibile deprezzare i primi tre mandati come "mondani" rispetto all'ultimo. Si tratta appunto di mandati "divini" in mezzo al mondo,riguardino essi il lavoro,il matrimonio,l'autorità o la chiesa. Divini tuttavia essi sono unicamente per la loro relazione originaria e finale con cristo. Sganciati da questa relazione, "in sé" essi non sono divini, così ccome divini non è il mondo "in sé". Il lavoro "in sé" non è divino,ma il lavoro per amore di gesù cristo,per amore dell'incarico e del fine divino è divino. Solo perché dio ha ordinato all'uomo per amore di cristo il lavoro e lo ha accompagnato con una promessa, il lavoro è divino. Il carattere divino del lavoro non può quindi essere motivato in base alla sua utilità generale,al suo valore,bensì soltanto in base alla sua origine,alla sua sussistenza e al suo fine in gesù cristo [...] Non perché il lavoro,il matrimonio,l'autorità o la chesa esistono,essi sono divinamente comandati,bensì esistono perché sono comandati da dio, e solo nella misura in cui il loro esser è - consapevolmente o inconsapevolmente - assoggettato all'incarico divino si tratta di un mandato divino [...] Qui si tratta piuttosto solo di ritornare all'autentica sottomissione al mandato divino divino,di ristabilire la genuina responsabilità rispetto all'incarico divino. Tale genuina responsabilità consiste nell'orientare la forma concreta dei mandati divini in base alla loro origine,alla loro sussistenza e al loro fine in gesù cristo" (D. Bonhoeffer, etica, pagg. 47-49)
Si vede qui quanto Bonhoeffer si arrampichi sugli specchi nel tentativo di fondare l'etica come unità del mondo creato da dio e la conseguente rivelazione nel mondo di cristo: "il problema dell'etica cristiana è il divenir reale della realtà della rivelazione di dio in cristo tra le sue creature [...] Il posto che in tutte le altre etiche è caratterizzato dall'antitesi tra dovere e essere , tra idea e realizzazione,tra motivo e opera, è occupato nell'etica cristiana dalla relazione tra realtà e divenir reale,tra passato e presente,tra storia e evento (fede) o - per pronunciare al posto del concetto ambiguo il nome univoco della cosa stessa - tra gesù cristo e spirito santo" (op. cit. pagg 29-30) ; in definitiva il bel bello vorrebbe conoscere la volontà di dio - che è unificata nel rapporto trinitario - e non sapendo come fare s'industria come può ricorrendo all'esegesi biblica inventandosi - a torto o a ragione - l'idea dei mandati. Insomma la bibbia come codice normativo,parola di dio. Ma per il sottoscritto non può fondarsi un'etica basata esclusivamente sull'esegesi di un testo sacro eretto a codice normativo. L'idea dell'unità del mondo in cristo regge fino a quando non si voglia esaminare criteri concreti per la costante riconciliazione del mondo in cristo attraverso il fare propria la volontà di dio, volontà che richiede una propria definitiva ermeneutica umana e fin troppo umana. Un po' come le proposizioni assolute della geometria che valgono con o senza il postulato euclideo delle parallele. Ad un certo punto occorre fare una scelta: aggiungere il postulato euclideo delle parallele oppure negarlo ottenendo una divesa geometria. Ma la diversa geometria non può e non deve essere scartata. Bonhoeffer ricordami di regalarti un testo di geometria quando e se ti rivedrò. E sia.